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Il caso Turchia: un regime sotto mentite spoglie

Il 14 luglio 1996 Recep Tayyip Erdogan afferma che “la democrazia non è un obiettivo ma un mezzo”. Il 15 luglio 2016 un tentativo di colpo di Stato da parte dei militari turchi, fallito in poche, concitate ore, scuote i vertici di Ankara e del mondo intero. In quegli istanti, Erdogan invita tutti i cittadini turchi a scendere in piazza affinché si difenda la democrazia.

Proprio quella democrazia che vent’anni di regime dittatoriale hanno calpestato e umiliato più e più volte. Il golpe e il suo fallimento sono il pretesto per raggiungere quell’obiettivo, la Repubblica Presidenziale.

Ad una settimana dal colpo di stato sono diverse le proposte e le azioni effettive che mirano allo smantellamento di uno stato democratico: un tribunale speciale per i processi golpisti, un carcere di massima sicurezza, lo stato d’emergenza per 3 mesi, il ritorno alla pena di morte, divieto di manifestare, censura a media e tv e la creazione di un cimitero per i “traditori” ( “dove tutti i passanti potranno maledire chi vi è sepolto” afferma Kadir Topbash, sindaco di Istanbul).

Ciò che ad oggi possiamo considerare come certezza è il numero di coloro che erano scritti sulla “black list” e che oggi hanno dovuto lasciare il loro lavoro, tra questi abbiamo 21000 docenti a cui è stata revocata la licenza per l’insegnamento e più di 1500 rettori a cui è arrivata la richiesta di dimissioni. Non è la prima volta che il pugno duro di Erdogan colpisce le categorie di accademici ed insegnanti, i primi oppositori a quello che di fatto è un regime sotto mentite spoglie.

Propio loro, che hanno firmato un appello il cui contenuto era una richiesta di pace tra il governo turco e il Pkk, la formazione curda che Erdogan reprime ormai da anni.

Sempre loro, che accanto agli studenti presero parte alle proteste di Gezi Park nel 2013, per essere poi definiti dallo stesso Erdogan “çapulcu” (saccheggiatori, disturbatori).

Sempre loro, che con il loro quotidiano operato cercavano di fermare il processo autoritario di islamizzazione del Paese che, ora, sembra essere quasi irrefrenabile.

La repressione e persecuzione di istruzione e cultura hanno caratterizzato ciascun regime totalitario nello scorso secolo, ma anche in quello attuale.  Lasciare margini troppo ampi di libertà alla formazione e all’informazione in tutte le loro forme allontana gli studenti dal pensiero unico, prerogativa immancabile dello status di suddito.

Le istituzioni italiane ed europee, la comunità internazionale stessa,  il mondo accademico ed universitario, non possono rimanere indifferenti dinanzi a tale prevaricazione. Per questo è importante che le battaglie per i diritti umani, per la democrazia, per la libertà religiosa nel rispetto reciproco non vengano mai meno. Le nostre rivendicazioni di un’istruzione libera, aperta e laica non conoscono barriere territoriali. Continueremo a lottare affinché questi aggettivi  connotino davvero uno dei cardini su cui si fonda qualsiasi democrazia, dichiarandoci anche noi “çapulcu”, perché nelle aule, tra i banchi, si formino sempre più cittadini e sempre meno sudditi.

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