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EDITORIALE NOTAP (Trans Adriatic Pipeline) – La nostra terra vale più del vostro denaro!

editoriale no tap

Che cos’è il TAP?

Il Progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline) è un progetto di gasdotto in costruzione che vede il suo approdo in Italia presso la spiaggia di San Foca, nel comune di Melendugno (in Salento). Tap è il tronco finale di 878 chilometri di un gasdotto che porterà il gas dal giacimento di Sha Deniz II in Azerbaigian alla Puglia attraverso Turchia, Grecia ed Albania (il percorso complessivo è di 4000 km).  Si prevede che trasporterà circa 7 miliardi di metri cubi di gas.

 

Chi lo vuole? Per quali interessi?

Nel progetto sono coinvolte sei società: Saipem, BP, Socar, Fluxys, Enagas e Axpo. La realizzazione di quest’opera, che prevede l’impiego di circa 4,5 miliardi di euro, è stata finanziata con l’aiuto della BEI, Banca Europea per gli Investimenti, come “Progetto di Interesse Comune”, poiché considerato funzionale al raggiungimento di obiettivi di politica energetica dell’Unione Europea.

Il progetto è nato per volere della EGL, ora denominata Axpo Italia SpA, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, che nel 2003 iniziò uno studio di fattibilità conclusosi nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale del gasdotto. Nel febbraio del 2008, la compagnia di stato norvegese Statoil è entrata in joint-venture con la EGL dando vita alla TAP AG, società controllata alla pari responsabile dello sviluppo, costruzione e gestione del gasdotto. A marzo del 2009 è stato siglato un accordo intergovernativo tra Italia e Albania per la cooperazione nei campi dell’elettricità e del gas e che individuava il TAP come progetto di interesse prioritario per entrambi i Paesi.

 

I disegni politici internazionali e gli affari delle mafie contrapposti alla volontà popolare.

L’Unione europea considera strategica la realizzazione dell’opera perché renderebbe l’Europa autonoma da Russia e Ucraina dal punto di vista energetico. Dello stesso parere sono stati i governi Monti, Letta e Renzi che hanno approvato, senza troppi scrupoli, il progetto Tap. La realizzazione del gasdotto però ha subito incontrato l’opposizione delle comunità locali, che si sono riunite nel “Comitato No Tap”, composto da studenti, professionisti, avvocati, tecnici e rappresentanti delle istituzioni, manifestando apertamente le proprie perplessità, motivate e giustificate da studi e ricerche che hanno fatto emergere non pochi elementi critici.
Prima fra tutte è la mancanza di legittimazione democratica del progetto. L’iter adottato risulta incompatibile con il principio di autodeterminazione, che sancisce il diritto della popolazione locale di intervenire ed essere determinante nei processi decisionali che riguardano il suo territorio. I comuni coinvolti hanno negato l’autorizzazione per la realizzazione dell’opera in questione e si sono fermamente opposti all’imposizione dall’alto. Il ruolo dei cittadini è degradato da soggetto protagonista delle scelte politiche a mero destinatario di decisioni prese da chi intende soddisfare esclusivamente interessi economici.

Infatti quanto accaduto palesa quanto sia facile subordinare la volontà popolare ad interessi lobbistici sovranazionali, svelando la sudditanza dello Stato italiano al capitale internazionale.

Tap è appunto un’opera progettata e gestita da imprese private ma ritenuta di interesse pubblico e strategico. Nell’inchiesta dell’Espresso «Attenti al mafiodotto», realizzata da Paolo Biondani e Leo Sisti e pubblicata il 2 aprile scorso, si legge che «Tap è nato con fondi strutturali europei concessi a un colosso svizzero dell’energia, in teoria esterno all’Ue». Poi ancora nell’inchiesta troviamo nomi, società, mosse strategiche e grandi capitali che ricostruiscono un immenso intreccio di mafia, riciclaggio e malaffare.

Il fatto che l’opera venga considerata strategica dallo Stato consente a TAP di percorrere un processo autorizzativo agevolato e, in ultima istanza, di andare in deroga agli strumenti previsti per la pianificazione e lo sviluppo del territorio (come previsto dalla legge “Sblocca Italia” del Governo Renzi).

La società che lavora per la realizzazione del gasdotto transadriatico ha sede a Baar, noto paradiso fiscale, e un capitale sociale irrisorio se commisurato all’entità dell’opera. Non è chiaro quindi perché l’opera sia stata, e sia ancora, sponsorizzata, difesa e giustificata da personaggi politici locali e nazionali.

 

I danni ambientali: attività di monitoraggio, lavori del cantiere, presenza del gasdotto.

Nel 2011 sono stati lanciati i progetti di monitoraggio del fondo marino e valutazione del percorso da seguire su terra in Albania e il 24 gennaio 2012 sono iniziati i monitoraggi marini di fronte la costa di San Foca con lo scopo di raccogliere campioni dal fondale marino lungo il possibile percorso del gasdotto. L’azione di convincimento di TAP verso il territorio ha provocato grandi tensioni. Stando a una denuncia del comitato “No Tap” e della cooperativa “Il Delfino”, durante la seconda campagna di prospezioni svoltasi dal dicembre 2012 al febbraio 2013 le imbarcazioni di TAP avrebbero collezionato innumerevoli infrazioni e provocato danni alla piccola pesca della marina di San Foca. Questo ha portato i pescatori a denunciare i danni subiti e ARPA Puglia a dichiarare i sondaggi difformi dalle regole. Esiste un’ampia casistica di incidenti legati al trasporto di gas ad alta pressione che hanno limitato i danni a cose e persone solo perché l’infrastruttura era in zone isolate e scarsamente abitate. Uno dei dubbi sollevati dalle popolazioni è relativo all’alta densità di popolazione nelle zone interessate nel tratto italiano. Nello stesso documento presentato al ministero si parla di impatti “medio/alti” per le persone che abitano a 500 metri dai grossi cantieri e dall’area PRT. Attualmente nella zona interessata sono stati individuati 150 nuclei familiari.

Di notevole rilevanza è anche il fatto che oltre al gasdotto, tra le campagne e i muretti a secco nei pressi di San Foca sarà costruita una centrale di depressurizzazione di 12 ettari, costituita da due macchine termiche a gas della potenza di 3,5 megawatt, con due camini alti dieci metri per smaltire i fumi delle combustioni. Il rischio di fuoriuscita di gas, come cocktail di idrocarburi, sussiste e queste emissioni potrebbero essere spostate dal vento sui comuni circostanti.

È il motivo fondamentale per cui anche la Lilt è scesa in campo contro la realizzazione dell’opera: il Salento, che detiene l’anomalo primato italiano per tumori al polmone negli uomini, non può permettersi di inalare altre emissioni.

Gli inquinanti di Tap si andrebbero infatti a sommare a quelli di strutture quali Colacem, Cerano ed Ilva, minacciando la salute di tutte le zone limitrofe, senza considerare i rischi derivanti da un eventuale incidente, certo improbabile, ma non impossibile.

Non è ben chiaro inoltre il motivo per cui si sia scelto di far approdare un simile gasdotto in una zona a forte vocazione agricola e turistica, come quella di San Foca, nel bel mezzo di un paesaggio incontaminato, dovendo procedere allo spostamento di muretti a secco ed all’espianto di 1900 ulivi, dei quali 18 monumentali.

Allo stesso tempo non è nota l’entità di forze dell’ordine dispiegate e delle spese sostenute, oltre che la ragione alla base di un simile investimento pubblico di uomini e risorse, per tutelare gli interessi di un’impresa multinazionale privata, in attesa di ottenimento della Via.

 

Zero benefici: un giacimento in esaurimento per pochissimi posti di lavoro.

Entrando nel merito della strategicità le riserve non svaniscono, giacché in tutto questo l’Azerbaigian, dal quale dovrebbe arrivare l’approvvigionamento di gas, ha di recente richiesto del gas alla Russia, poiché si stima che per il 2023 i giacimenti azeri potrebbero esaurirsi, senza considerare quanto discutibile sia la cooperazione con uno Stato che di certo non brilla dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

In Azerbaijan, infatti, vi sono 100 prigionieri politici, molti dei quali giornalisti, i quali hanno come unica colpa quella di avere assunto posizioni critiche verso il primo ministro Aliyev.

Volendo considerare il ritorno economico ed occupazionale le cose non vanno meglio, giacché i lavori porteranno ad una cinquantina di posti di lavoro a tempo determinato, senza tra l’altro alcun vincolo per l’impresa Tap, la quale potrà scegliere liberamente chi assumere, senza dover privilegiare i residenti o i cittadini italiani.

 

Le proteste della comunità locale e la repressione.

Negli ultimi giorni sono iniziati i lavori di espianto degli ulivi nei pressi del lido san Basilio
Il comitato no Tap ha riunito presso la sede dei lavori, un presidio permanente di persone che in modo assolutamente pacifico hanno manifestato contro la costruzione di questa opera.
I poliziotti in tenuta anti-sommossa in alcune fasi hanno utilizzato la forza, attraverso una violenta repressione della protesta. I manifestanti, infatti, sono stati allontanati fisicamente, impedendo l’avvicinamento ai lavori. I sindaci hanno richiesto e ottenuto di avviare una trattativa con il prefetto che si è conclusa con una temporanea sospensione dei lavori.

Cittadini e cittadine, famiglie, bambini, anziani e studenti sono scesi in campo per resistere attivamente alla realizzazione di questa mostruosa opera di compromissione del territorio e dell’ambiente, anche convocando assemblee pubbliche, sul presidio e nei vari comuni, e incontri informativi.  

Fonti rinnovabili, finanziamenti alla ricerca e accesso democratico alle risorse energetiche. Ecco perché siamo #NoTAP.

Come soggetti in formazione siamo chiamati in prima linea in questa battaglia di civiltà.

Siamo in prima linea fisicamente come possiamo, siamo in prima linea a sostenere compagni e compagne che ogni giorno sono lì ad opporsi a queste logiche di profitto.

Ci chiediamo come l’Università del Salento non prenda posizione e non si esprima su fatti atroci come questi, come possa rimanere in silenzio e porsi come estranea al territorio in cui è nata.

Per questo, abbiamo lanciato una petizione rivolta al Magnifico Rettore Vincenzo Zara e all’intera comunità accademica dell’Università del Salento. Chiediamo di sostenere insieme a noi la battaglia contro la Tap e di prendere fermamente una posizione riguardo a questo progetto di deturpazione del territorio e figlio di un modello di produzione energetica obsoleto e rischioso per l’ambiente e per gli abitanti della zona.

La terza missione dell’Università è proprio quella di interagire con il territorio e la popolazione della zona, per la valorizzazione e la fruizione libera della cultura e del paesaggio, per difendere le tradizioni e le radici, preservando la memoria e da questa lavorando e costruendo il futuro.

L’Università non deve aprirsi solo al dialogo con aziende e piegarsi alle logiche e ai dogmi dei privati e del capitale, ma creare un rapporto dialettico con l’ambiente, con i beni culturali e con le ricchezze non monetarie del territorio.  

Non bisogna lasciare spazio allo sradicamento della cultura, ma adottare nuove fonti energetiche, costruire ponti che mettano in relazione i popoli, non gasdotti. Questo lo si realizza con adeguati finanziamenti alla ricerca e con un modello didattico nuovo in cui i saperi siano uno strumento di cambiamento reale per il territorio e la popolazione che lo vive, non sottoposto alle volontà dei privati finanziatori che impongono i loro studi per perpetrare un modello di devastazione e speculazione. La finanza non può sopprimere i nostri diritti per favorire il profitto privato: questa è una logica ingiusta che ormai governa l’economia mondiale a causa di una elité che decide sul futuro di miliardi di persone all’interno dei Palazzi del potere. In occasione del G7 Economia e Finanza di Bari del 11-13 maggio saremo in mobilitazione da tutta la Puglia per rivendicare un modello economico che rispetti i nostri diritti e i nostri bisogni piuttosto che i profitti dei grandi investitori finanziari.

È necessario pensare a nuove strategie energetiche basate sulle fonti rinnovabili e renderle accessibili a tutte e tutti, sviluppando l’efficienza dei sistemi esistenti con finanziamenti a progetti di ricerca che si pongano questi obiettivi. La gestione e l’accesso alle risorse energetiche deve essere democratico e aperto a tutta la popolazione. Per questo ci opponiamo con forza a chi specula sui nostri territori, sulle nostre vite e sul nostro futuro per realizzare esclusivamente il proprio profitto. Per questo parteciperemo al percorso verso la mobilitazione dei conflitti ambientali dei territori contro il G7 Ambiente di Bologna del 11-12 giugno, una riunione tra sette ministri che non rappresentano i popoli e il nostro bisogno di una rivoluzione ecologica.

Sui nostri territori #decidiamoNOI!

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