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MAGGIO FRANCESE: E IL PRESENTE?

Sul ‘68 insiste un’ampia letteratura, che annovera sia volumi che hanno funto da ispirazione per il movimento, sia saggi e opere letterarie postume che hanno tentato di comprendere le ragioni di un fenomeno che ha varcato ogni confine nazionale per assumere una portata quasi mondiale. Infatti, il movimento di protesta non può dirsi legato a uno stato preciso né a una sola classe sociale, anche se i paladini culturali del ‘68, coloro che hanno diffuso, fino ai giorni nostri, un preciso ritratto identificatorio del clima di quegli anni, sono stati soprattutto i giovani. Abbiamo così un ‘68 fatto di miti, musica, colori psichedelici, libri e moda, come contorno e risultato di un solido patrimonio di valori e ideali che cercavano di imporsi sull’universo capitalista e sulla sua indifferenza (o meglio, sul suo antagonismo) verso le tematiche sociali.

“Sessantotto” è un nome utilizzato per designare non solo una serie di eventi cominciata molto prima del 1968 – è infatti nel ‘64 che viene occupato il campus universitario di Berkeley; è del ‘65 la prima manifestazione degli studenti americani contro la guerra del Vietnam; sono del ‘66 l’uccisione di Torres e il documento di Mao; sono del ‘67 il golpe greco e l’uccisione del Che – ma un grido di umanità che ha come parole d’ordine pacifismo, solidarietà, diritti civili, antiautoritarismo, libertà di parola e di espressione.

«Se avete i capelli lunghi, andate a lavorare in jeans o senza cravatta, se portate la minigonna o i pantaloni al posto della gonna, se non usate il reggiseno, se d’estate prendete il sole nudi, se ballate il rock & roll, vi fate le canne o avete un lavoro creativo, se siete vegetariani, fate yoga o comicoterapia, se ci sono in giro più barbe, orecchini, magliette con scritte e disegni, ponci, strani berretti, abiti bucati e colorati, zaini e scarpe a punta larga, dovete ringraziare il ‘68!» ci ricordano Jacopo Fo e Sergio Parini in C’era una volta la Rivoluzione.

L’epicentro è in Francia, dove il due maggio viene occupata dagli studenti l’Università di Nanterre e seguono nei giorni successivi i primi scontri con la polizia. I giovani denunciano le difficoltà interne all’università, la mancanza di materiali, trasporti, l’inquietudine della selezione d’accesso. Molti istituti scolastici sono ancora destinati a ragazzi e a ragazze separatamente, alle ragazze è vietato portare i pantaloni, nelle università è vietato ai maschi l’accesso ai collegi femminili. Ma in generale, si rivendica la liberalizzazione dei costumi nella contestazione del capitalismo e dei valori tradizionali – basti citare alcuni famosi slogan come Il est interdit d’interdire («Vietato vietare») o Jouissez sans entraves («Godetevela senza freni»). Mentre la protesta studentesca si estende a tutta la Francia, anche gli operai scendono in campo e il 13 maggio i sindacati proclamano lo sciopero generale: le richieste si fanno più strettamente politiche. Disoccupazione, crisi del settore minerario, sfruttamento dei lavoratori, diminuzione del salario sono i principali temi della lotta. In Francia si assiste a una generale stanchezza della repubblica gollista (Dix ans, ça suffit! – slogan del 13 maggio): la politica estera e il nazionalismo di De Gaulle erano lontane dalle aspettative sociali dei francesi. Il 24 maggio 9 milioni di operai sono in sciopero e la stessa notte il quartiere Latino è teatro degli scontri più cruenti. Nonostante non ci siano stati sbocchi politici, dacché il movimento comincia a un certo punto a rifluire su se stesso (il 27 l’accordo tra governo e sindacati viene respinto da una parte della sinistra, cominciano le divisioni e la destra ne approfitta), gli eventi del maggio francese hanno un notevole impatto sul piano culturale mondiale e costituiscono un presupposto importante per le lotte successive. In generale, è il ‘68 che rappresenta la base di ogni moderno appello ai concetti di libertà, uguaglianza, diritti. Per restare in Francia, a 50 anni esatti da quegli avvenimenti, oggi si combatte di nuovo tra le fila degli studenti e quella degli operai contro le riforme nel nuovo governo Macron. La protesta proviene in particolare dai sindacati delle Ferrovie dello Stato, che lamentano l’abolizione dello statuto speciale per i nuovi assunti, l’apertura del servizio alla concorrenza, ma in particolare la trasformazione dell’azienda da società interamente pubblica a una società a capitale misto, preludio per una futura privatizzazione. Macron, prendendo a modello le ferrovie tedesche, vorrebbe migliorare la redditività del settore a scapito del servizio pubblico. Anche i lavoratori di Air France hanno scioperato per rivendicare un aumento salariale e per difendere il servizio pubblico dell’energia; i netturbini della regione di Parigi e di Marsiglia pretendono il riconoscimento del loro lavoro come usurante e il diritto alla pensione anticipata. Gli studenti uniscono la loro voce a quella dei lavoratori e manifestano anch’essi contro la riforma iperselettiva dell’accesso all’università varata sempre da Macron.

Il ‘68 non è stato soltanto una lotta per i diritti umani, ma una specifica lotta contro il capitalismo, cioè una protesta in difesa di quelle particolari facoltà che il modello americano ha macchinizzato e reso strumenti di profitto, accantonando a livello concettuale quello che prima del suo avvento era stato il vero fine dell’uomo, ovvero il benessere inteso come possibilità di dispiegamento delle potenzialità e creatività individuali. E in questo orizzonte rientra un’idea di lavoro, concepito marxianamente come momento di realizzazione personale, che il capitalismo ha reso utopica. Per questo, tralasciando, del resto, i rapporti di sintonia – che pur ci sono stati e che sono l’oggetto di un’altra ampia letteratura – tra il capitalismo e il ‘68, è inevitabile ammettere un deludente inglobamento della società lavoratrice e non all’interno della logica borghese, con il suo conseguente assopimento. Le ribellioni protagoniste della nostra cronaca non vogliono, forse, essere un nuovo ‘68, ma sono da ritenersi fondamentali proprio perché possono rappresentare un freno non già a un sistema ormai troppo radicato, ma alla sua totale assimilazione nel complesso dei valori collettivi.

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