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PRIMA DI NON ACCORGERCI PIÙ DI NIENTE

peppino

Quarant’anni fa – questo volevano far passare i carabinieri – un sedizioso siciliano di paese si sarebbe fatto esplodere in un attentato terroristico volto a far saltare in aria i binari del treno, a Cinisi. Il ritrovamento del cadavere di Moro proprio in quelle ore sembrava cadere a fagiolo per sotterrare ulteriormente il caso nell’indifferenza generale. Invece ora tutti sappiamo, e tutti sappiamo che la verità era un’altra, come del resto era fin troppo evidente per chiunque fosse a conoscenza dell’attività di Giuseppe Impastato da vivo: «Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare! Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!» – eppure, se non fosse stato per il fratello Giovanni e la madre Felicia Bartolotta, il caso Impastato sarebbe stato archiviato ricordando un po’ quello del “malore attivo”. Sulla base della documentazione raccolta da questi ultimi e dai compagni del Centro siciliano di documentazione di Palermo, l’inchiesta giudiziaria fu riaperta. Nel 1984 il Tribunale di Palermo riconobbe la matrice mafiosa del delitto, attribuito però a ignoti; sicché due anni dopo il Centro (ora “Centro Impastato”) pubblicò La mafia in casa mia, storia della vita di Felicia, e il dossier Notissimi ignoti, in cui fu indicato come mandante il boss Gaetano Badalamenti. Ma nel ‘92 l’inchiesta fu nuovamente chiusa e poi riaperta due anni dopo grazie anche a una petizione popolare – solo nel 2002, in seguito alle dichiarazioni (di sei anni prima) di Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi, Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

Badalamenti era il “Tano seduto” di Onda Pazza, principale obiettivo satirico di Radio Aut, organo indipendente che denunciava le operazioni mafiose di Cinisi e Terrasini, in particolare i traffici di droga in cui “Tano” aveva un ruolo di rilievo in quanto controllava l’aeroporto di Punta Raisi. Peppino stesso era nato in una famiglia mafiosa: il padre era stato mandato al confino durante il regime fascista, il cognato di quest’ultimo era il boss Cesare Manzella, anch’egli fatto esplodere col tritolo, come si può vedere nelle prime scene del film I cento passi di Marco Tullio Giordana. Eppure Giuseppe sembrava avere in innato e intransigente senso di giustizia che non poteva fargli accettare lo stato del suo paese. Nel ‘65 fondò il giornalino L’idea socialista e aderì al PSIUP, per poi essere in prima linea come militante comunista in diverse campagne, mentre organizzava anche attività culturali per il gruppo Musica e cultura. Peppino voleva diventare giornalista, e nonostante non fosse iscritto all’albo, fu autore di un’inchiesta sulla strage di Alcamo Marina. Erano stati accusati cinque giovani che – si sarebbe poi scoperto – furono torturati per estorcere false confessioni. La strage era probabilmente legata alla mafia e all’Organizzazione Gladio, ma la cartella con i documenti di Impastato – riferisce Giovanni – fu sequestrata dai Carabinieri dopo la sua morte, e non più restituita.

Nel 1978 Giuseppe si candidò alle elezioni provinciali nella lista Democrazia Proletaria, ma non fece in tempo a scoprirne l’esito. Noi sappiamo che fu eletto, una settimana dopo il suo omicidio, e lo votarono in 260, un numero considerevole e soprattutto significativo per un paese come Cinisi. Anche la piazza gremita il giorno del suo funerale testimoniò la sorprendente partecipazione degli abitanti, soprattutto dei giovani, che dimostrarono di voler scegliere e schierarsi, a dispetto della regola dell’omertà vigente nel paese.

Le omertose erano le forze dell’ordine: la Commissione parlamentare antimafia, riferendosi al lavoro dei carabinieri di Cinisi, ha denunciato un vero e proprio “depistaggio”. Di quell’omicidio quanto mai scomodo era necessario liberarsi immediatamente. L’allora maggiore Antonio Subranni si affrettò a scrivere che Impastato era morto in un fallito attentato, in un’informativa cofirmata dal maresciallo Alfonso Travali (che cinque mesi prima aveva riferito in una nota che Impastato e Democrazia Proletaria non erano ritenuti capaci di commettere attentati terroristici). I tentativi di omissione sono stati vani: Giovanni Impastato afferma che suo fratello grida ancora, e se la mafia ha tentato di soffocare la sua voce, in realtà non ha fatto che amplificarla. Ogni anno ci sono manifestazioni in sua memoria e oggi, in occasione del quarantennale, si è inaugurata l’apertura straordinaria del casolare dove Peppino fu ucciso (che è stato dichiarato nel 2014 di interesse culturale dall’Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana), insieme alla casa dove viveva con la madre. Peppino non sarà mai dimenticato, così come i suoi carnefici, né il cupo universo sotterraneo che, come un vulcano apparentemente in quiete, a volte sembra eruttare e tornarci alla memoria.

 

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