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A 75 anni dalla caduta del fascismo

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Erano le 22,45 del 25 luglio 1943. Tutte le trasmissioni furono interrotte da un comunicato della radio: «Attenzione! Attenzione! Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato, presentate da Sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato, Sua eccellenza il cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio».

La gente si riversò in molte piazze italiane – in un’euforia decisamente affrettata, festeggiò la propria libertà, l’inizio di una nuova era. Qualcuno urlava «Hitler è morto!», «La guerra è finita!», nessuno aveva calcolato quali sarebbero state le conseguenze di quel cambiamento, oppure, probabilmente, il fatto stesso che fosse avvenuto era di per sé una più che valida ragione per esultare. Pareva che tutta l’Italia fosse “improvvisamente” diventata antifascista: in realtà, l’insofferenza per il governo, la voglia di ribellione che avrebbe condotto alla Resistenza, sono sentimenti che  nacquero negli italiani solo dopo che ebbero sperimentato sulla loro pelle la barbarie della guerra, la stessa guerra per cui avevano gioito quando ancora si sentivano un popolo di eroi e di conquistatori. A marzo, 200 000 operai delle più grandi industrie italiane avevano bloccato la produzione bellica fascista tramite uno sciopero, che, oltre alle rivendicazioni salariali, era motivato dalla diffusa esigenza di pace che iniziava ad affiorare nel popolo. La situazione era precipitata il 10 luglio, quando gli Alleati avevano effettuato lo sbarco in Sicilia, ma il 19, data del bombardamento su Roma, ci fu il colpo di grazia. Quel giorno, Mussolini era a Feltre per discutere con Hitler circa la situazione italiana e l’eventualità di abbandonare l’alleanza con la Germania. In realtà, la soggezione per il Führer impedì a Mussolini persino di reagire al suo rimbrotto e l’incontro si risolse in un niente di fatto. Dal suo aereo personale, nel viaggio di ritorno a Roma,  il duce potè vedere i quartieri orientali incendiati. Questi ultimi fatti riuscirono a smuovere, anche se non immediatamente, persino il Re, che fino a quel momento si era dimostrato totalmente impassibile, incapace di reagire. Nell’ultimo incontro con Grandi, il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni intenzionato a deporre Mussolini e difendere l’Italia dalla conseguente invasione tedesca, Vittorio Emanuele, pur nella sua vaghezza e – forse connaturata – irresolutezza, aveva sollecitato la seduta del Gran Consiglio.

Quanto annunciato dalla radio quella sera era una velocissima sintesi degli avvenimenti dei giorni precedenti, o comunque dei fatti della notte prima e del mattino – per tutta la giornata del 25, venne mantenuto uno strettissimo riserbo. Soprattutto, nessuno del popolo sapeva che fine avesse fatto Mussolini, non lo comunicava nessun giornale.

Il Consiglio fu convocato il 24 luglio alle ore 17,00 e la seduta si protrasse fino alle 2,40. Grandi illustrò il suo ordine del giorno, in cui invitava il duce a restituire il comando delle forze armate al Re. Si perse molto tempo in osservazioni sterili, forse strumentali richieste di chiarimenti, nell’attesa di un cenno da parte del capo del governo, il quale non sembrava assolutamente propenso ad andare incontro a quelle richieste. Alla fine, arrivò il momento della votazione: 19 consiglieri su 28 si espressero a favore dell’ordine del giorno.

Mussolini fu arrestato con le accuse di aver condotto il popolo italiano nella Seconda Guerra Mondiale, di essersi alleato con i nazisti e di essere il responsabile della disfatta italiana in Russia: questa fu la sorte del duce, che i giornali omisero o non poterono sapere.

Il Re affidò l’incarico di capo del governo al maresciallo Badoglio.

I civili scesero in piazza, abbiamo detto, in festa. I civili presidiarono fuori dalle carceri, per il rilascio dei detenuti antifascisti. Ma i civili non avevano chiaro che la linea politica adottata da Badoglio prendeva di mira in primis proprio i nemici del vecchio regime: non solo le scarcerazioni furono pochissime, ma si calcolarono quasi più arresti di oppositori e operai di quanto non ce ne fossero stati sotto Mussolini – 450 in Piemonte, 300 in Lombardia, 200 in Toscana eccetera, per arrivare complessivamente a 2500. Furono inoltre totalmente esclusi dalle già di per sé esigue liberazioni, comunisti e anarchici. Significativo è l’ordine di servizio alle truppe del generale Roatta: «Qualunque pietà o riguardo nella repressione sarebbe delitto […]. Si proceda in formazione di combattimento e si apra fuoco a distanza anche con mortai e artiglieria, senza preavviso di sorta, come si procedesse contro truppe nemiche. In nessun caso è ammesso il tiro in aria: si tiri sempre a colpire, come in guerra».

Ricordiamo, per esempio, il massacro della polizia del 28 luglio a Bari: i dimostranti, molti dei quali erano allievi di Luciano Canfora, fermarono il corteo una volta arrivati all’altezza di Via Niccolò dell’Arca, dove aveva sede la Federazione Fascista. Canfora si allontanò da solo per dirigersi verso le forze dell’ordine (che si erano presentate armate) e invitare il tenente a rimuovere le insegne fasciste. Non ricevette risposta, ma quando si voltò per tornare dai compagni, fu colpito da una raffica di moschetto. Da quel momento ebbe inizio la strage: quel giorno a Bari si contarono 20 morti e 38 feriti. Molti intellettuali baresi sopravvissuti paragonano quei fatti alla scena della scalinata della Corazzata Potëmkin.

Episodi analoghi si verificarono a Reggio Emilia, Genova, Roma e altre città. Le vittime sono state circa 85 e i feriti più di 300.

Queste vicende dimostrano che la “caduta del fascismo” del 25 luglio è da ricordare in maniera positiva non per le sue conseguenze materiali (che sono state solo ed esclusivamente catastrofiche, almeno quelle immediate), ma perché testimonia un primo accenno di risalita ideologica da parte dell’Italia. A questi tragici avvenimenti si aggiungono, infatti, le evoluzioni della politica nel mese di settembre, ovvero l’armistizio, la liberazione di Mussolini e lo spaccamento geografico e militare dell’Italia a seguito della fondazione dell’RSI. Tuttavia, a partire da adesso, 75 anni fa la rabbia popolare iniziò a confluire nei movimenti di Resistenza. Sebbene, a detta di Paolo Mieli, i civili in Italia si siano organizzati in azioni di guerriglia con un netto ritardo rispetto agli altri paesi occupati, è necessario riconoscere la delicatezza della situazione politica, geografica e soprattutto psichica della popolazione della penisola, delicatezza responsabile anche dell’iniziale timidezza dei movimenti di Resistenza. C’è tuttavia da dire che le prime bombe in testa le abbiamo ricevute appena 24 ore dopo la dichiarazione di Guerra (Torino, 11 giugno 1940) e forse bisognerebbe tenere in considerazione che effettivamente siamo stati molto ingenui nel credere, per più di tre anni di guerra, alle parole di un fanatico che continuava a ripetere che tutto andava per il verso giusto. Anche nel suo ultimo discorso pubblico, tenuto al Teatro Lirico di Milano il 16 dicembre 1944.

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