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MA QUALE SICUREZZA?

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Il Decreto Legge “sicurezza” proposto dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, è stato approvato attraverso lo strumento della fiducia sia dal Senato sia dalla Camera.

In questo decreto sono presenti disposizioni in materia di sicurezza interna, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa.

In tutti gli aspetti analizzati e modificati dal decreto, è possibile osservare come la repressione, la non-inclusione e la ghettizzazione riproposte dal governo a più riprese nei suoi atti e nelle sue esternazioni, siano andate concretizzandosi e sintetizzandosi nel concetto di “sicurezza”.

Tutto ciò si pone in linea con le politiche attuate dai governi precedenti, basti pensare al decreto Minniti-Orlando e alla modifica degli assetti urbanistici delle nostre città che incrementano le divisioni tra centro e periferia.

Dal punto di vista della gestione della sicurezza interna, e più specificatamente nella gestione dell’accoglienza, il decreto non fa altro che disintegrare ogni forma di inclusione sociale, incrementando pratiche di isolamento e ghettizzazione dell’individuo, in contrasto con diritti sanciti all’interno della nostra Carta Costituzionale.

Con il decreto viene modificato il periodo di permanenza nei Centri di rimpatrio, così denominati dal decreto Minniti-Orlando e precedentemente fissato a  tre mesi, ora allungato a sei; si tratta di centri che possono definirsi dei veri e propri ghetti, strumenti con i quali si incrementa rabbia e repressione sociale, in contrasto non solo con il concetto di inclusione sociale, ma anche con l’Art. 13  della nostra Costituzione che stabilisce l’inviolabilità della libertà personale.

Aberrante risulta essere l’abrogazione della protezione umanitaria, che garantisce un permesso di soggiorno per motivi umanitari a tutti quei cittadini stranieri che fuggono dalla propria nazione perché colpiti da guerre, disastri naturali o persecuzioni. Le nuove politiche invece non andrebbero certo a combattere l’immigrazione clandestina, anzi aumenterebbero l’irregolarità e le disuguaglianza sociali. Essa aveva, precedentemente al decreto, una durata di due anni, e ora verrà sostituita con dei permessi speciali della durata massima di un anno, alcuni già previsti dalle leggi italiane, come quelli per vittime di violenza o grave sfruttamento, di violenza domestica, di particolare sfruttamento lavorativo, ora ridefiniti dal decreto legge.

Sempre in tema di integrazione, va da sè che alcuni dei servizi conosciuti come di “integrazione e inserimento” non saranno più garantiti a tutti i migranti che presentano domanda d’asilo, ma saranno riservati solo ai titolari della protezione internazionale: dunque secondo il decreto, per legge i migranti non potranno più contare sull’insegnamento dell’italiano, non potranno più contare sull’assistenza psicologica e sull’orientamento sul territorio fino a che non sarà stato riconosciuto loro lo stato di protezione internazionale.

Un aspetto abbastanza preoccupante è quello inerente alla possibilità data alla polizia municipale di determinati enti locali – nel nostro territorio Brindisi – di sperimentare l’utilizzo di armi ad impulsi elettrici, i taser, definiti da molti come disumani in quanto capaci di lasciare danni permanenti nei confronti di coloro su cui vengono utilizzati.

Ad incrementare ulteriormente il controllo sul territorio sono l’allungamento massimo edittale della pena, fino a quattro anni, per chi occupa abusivamente immobili e l’ampliamento della funzione del Daspo, sia urbano sia sanitario, attraverso sanzioni più severe.

L’intero decreto dunque risulta essere sintomo e sinonimo di una politica sempre più escludente e divisiva, che prosegue nella direzione di incrementare le disuguaglianze sociali e di fomentare guerre tra poveri.

Per questo riteniamo necessario ripartire dall’Università per rioccupare spazi di conflitto verticali, che non vedano più nell’altro, nel migrante e nel clochard il proprio nemico, ma identifichino un sistema  di sottofinanziamenti e di politiche repressive e discriminatorie come causa fondante dell’attuale situazione di precarietà e di crisi nella quale viviamo.

Discutiamo insieme del decreto e delle sue conseguenze mercoledì 5 dicembre alle ore 16.30 nell’aula R26 del Dipartimento di Giurisprudenza.

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