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PARLANO LE “CATTIVE” E I “CATTIVI” GIOVANI LECCESI

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In data 30 novembre è stato pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno un articolo  in cui è stata presentata l’analisi condotta dall’ordinario di Endocrinologia dell’Università degli Studi di Padova, Carlo Foresta, ricerca che è stata discussa il 29 novembre nell’Open Space di Piazza Sant’Oronzo.

Lo studio prende in esame le differenze degli stili di vita di 1.426 giovani padovani e 891 leccesi, tra i 18 ed i 20 anni d’età, in particolare relativamente ai comportamenti adottati dai giovani nell’ambito della sessualità.

Riteniamo che il suddetto articolo presenti contenuti a evidente sfondo sessista e discriminatorio, sia nelle forme espressive adottate, sia nel modo in cui vengono raccolti e interpretati i dati riportati dalla ricerca. Quest’ultima, del resto, non può che far sollevare questioni sulle quali si potrebbe ampiamente problematizzare e dibattere. Infatti, già dalla scelta di selezionare soggetti con la dichiarata finalità di confrontare la situazione del nord e quella del sud si evince un tentativo, voluto o meno, manifesto o latente che sia, di accentuare un ipotetico divario culturale tra le due realtà e ricalcare un luogo comune che tra l’altro è anche alla base delle autentiche convinzioni dell’attuale governo.

Il pezzo della Gazzetta manifesta la sua impostazione sessista già a partire dal titolo: «Droga, alcol e sesso a rischio: le “cattive” ragazze leccesi», in cui è evidente la presupposizione di un comportamento assolutamente corretto da prescrivere ai giovani, specificatamente al mondo femminile. Emerge quindi la questione secolare della società patriarcale che sembra esplicarsi lungo tutto l’articolo sia mediante opinabili giudizi relativi a un giusto atteggiamento sessuale che i giovani dovrebbero tenere, sia attraverso veri e propri attacchi alle ragazze leccesi. Infatti, non solo queste vengono dipinte come disinibite, con una chiara accezione negativa, ma addirittura inibitrici dei “naturali istinti” dei ragazzi, che troverebbero nella pornografia una dimensione sessuale più tranquilla e appagante. Citiamo: «Il 90 per cento dei maschi ed il 43 per cento delle ragazze si collega a siti pornografici e pratica autoerotismo. Ciò, secondo gli esperti, contribuisce a spiegare anche le crescenti difficoltà erettive e l’assenza di desiderio sessuale, difficoltà che sembrano accentuate anche dagli atteggiamenti eccessivamente disinvolti delle giovani che inconsapevolmente inibiscono gli approcci maschili». Non solo – in certi punti il brano sembra sfociare in dichiarazioni omofobe, nel momento in cui espone la fluidità sessuale, in particolare collegata al mondo femminile, come un comportamento deviato: «A completare il quadro, è da dire che ben il 16 per cento delle ragazze leccesi ha un comportamento sessuale fluido e dichiara di non essere eterosessuale», dove per “quadro” si intende lo “spiacevole” ritratto di un universo giovanile e femminile «alla deriva».

, riteniamo che l’impostazione suggerita dall’articolo definisca il profilo di una ricerca che sposa in maniera preoccupante modelli patriarcali e soprattutto che non centra il vero fulcro di un problema sociale tra i giovani, servendosi di dati possibilmente utili per riportare una narrazione retrograda e già preliminarmente orientata.

I valori sani da trasmettere a un universo giovanile effettivamente bombardato da messaggi devianti sulla sessualità, connessi alla mercificazione, alla volgarizzazione del corpo (in particolare femminile) e quindi all’allontanamento della connotazione prettamente naturale e spontanea che ha la sessualità per l’essere umano, sono innanzitutto legati al concetto di libertà sessuale, che ovviamente è applicabile alla stessa identica maniera per i maschi e per le femmine. La libertà sessuale è connaturata in ognuno e in ognuna di noi, ma proprio a causa dei modelli mistificatori della sessualità  deve essere ripristinata attraverso un lavoro di educazione e chiarificazione di tutti gli aspetti dell’interazione umana, da un punto di vista relazionale e sessuale. I giovani devono comprendere di essere padroni del proprio corpo e perché ciò avvenga devono liberarsi da tabù e preconcetti e andare incontro a una libera scoperta di se stessi. Per questo le istituzioni dovrebbero investire nella sensibilizzazione dei ragazzi e delle ragazze rispetto a tali tematiche e adottare delle misure pedagogiche adeguate.

L’articolo insiste sul ruolo della famiglia e dei consultori, tralasciando l’importanza della collettivizzazione del fenomeno che risiede nella necessità di una discussione ampia e condivisa dall’intera comunità attraverso lo stimolo della scuola, dell’università e in generale di tutti i luoghi di formazione e confronto.

Centrale nel processo di sensibilizzazione dovrebbe essere la campagna per la prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate. Ormai da anni chiediamo la gratuità o comunque la massima accessibilità per i giovani al mondo degli anticoncezionali e la possibilità di effettuare controlli medici a costo zero (possiamo ritenerci solo parzialmente soddisfatti dei recenti provvedimenti al riguardo, che consideriamo comunque ancora escludenti). Il fatto, quindi, che sempre più ragazze assumano la pillola non è di per sé un dato sconfortante, come non lo è l’abbassamento dell’età in cui si comincia ad avere rapporti sessuali: ancora una volta, se il problema è la mancanza di consapevolezza, le radici, come le soluzioni, sono da ricercare al di là della mera questione moralistica. Ancora meno allarmanti sono per noi le statistiche sull’autoerotismo, presentate nell’articolo come preoccupanti non per una questione biologica (ci sono vari studi, tra l’altro, sulla funzionalità biologica della stimolazione autonoma) ma, ancora una volta, per un fatto di morale. Chiariamo: non c’è nulla di sbagliato nell’autoerotismo, il problema nasce quando e se diventa preferibile al sesso per un intero gruppo sociale – e se questo è vero, le misure da prendere sono altre e non sono prese in esame dal brano della Gazzetta. E’ infatti vero che  il principale strumento, se non l’unico, di informazione rispetto alla sessualità per i giovani è la videopornografia, che trasmette una visione della sessualità artificiosa e stereotipata, creando ansia da prestazione e disagi con il proprio corpo. Di conseguenza la crescente attenzione per il porno, presentata di nuovo a priori come una questione moralmente inaccettabile, costituisce un dato effettivamente preoccupante nella misura in cui si estende la problematica alla dilagante alienazione tecnologica che costituisce uno dei principali reali fattori compromettenti per l’universo giovanile. La soluzione a tale chiusura è, ancora una volta, l’educazione alla sessualità e lo stimolo all’interazione sociale e al dialogo.

Considerato quindi come assunto il fatto che per riprenderci la nostra libertà sessuale siano necessari la conoscenza della nostra sessualità e il confronto aperto nella comunità, ognuno, che sia del nord o del sud, al di là della sua identità sessuali, ha tutto il diritto di esplicare nella maniera che più gli/le aggrada le proprie tendenze sessuali, ovviamente agendo in una sfera individuale che non nuoccia agli altri, senza preoccuparsi di venir meno a dettami morali perbenisti e patriarcali.

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