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IL DISCORSO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEGLI STUDENTI ALL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2018/2019

briciole

In data 1 marzo 2019 si è svolta presso il Centro Congressi l’inaugurazione dell’Anno Accademico 2019/2020. Il tema della giornata era il legame tra Ricerca e futuro: ogni intervento ha ribadito l’indissolubilità di tale relazione.

La Presidente del Consiglio degli studenti, Irene Santoro, dell’associazione Link Lecce – Coordinamento Universitario, si è rivolta alla comunità accademica tutta per invitare le parti ad un lavoro di cooperazione finalizzato alla ricostituzione e alla ripresa di dignità dell’Università pubblica, la quale non farà mai passi avanti se le sue componenti continueranno a contendersi tra loro le briciole, a fare battaglie e richieste corporative e sezionali, a considerarsi reciprocamente estranee, a ignorare che siamo tutti sulla stessa barca.

Di seguito, il testo integrale del discorso:

Cari precari della conoscenza,

Cari studenti,

Cari dottorandi, ricercatori,

Cari professori, Personale tecnico – amministrativo,

Amplissimi Direttori,

Magnifico Rettore,

Autorità tutte presenti, gentili ospiti,

 

Qualche settimana fa in un’intervista, il ministro dell’Istruzione Bussetti, ha affermato che non serve stanziare fondi per il Sud, perché per recuperare il gap con il Nord “ci dobbiamo impegnare forte”. Queste parole sono per noi inconcepibili.

La rinascita del Sud non può che passare da un rifinanziamento dell’istruzione, per riequilibrare la distribuzione di fondi e personale, al fine di permettere ad un sempre maggior numero di giovani di poter scegliere dove formarsi.

Da 20 anni assistiamo al quotidiano smantellamento dell’Università Pubblica. Un vero e proprio attacco, che è ormai sotto gli occhi di tutti: tagli ai fondi statali, innalzamento del livello della tassazione studentesca, blocco del turn over con la conseguente precarizzazione strutturata del personale interno, competizione spietata tra i diversi atenei, sottomissione dei processi di formazione alle logiche del profitto, l’attuazione di politiche esclusive, escludenti e classiste. Senza investimenti, senza emancipazione culturale, senza ricerca e sviluppo qual è il nostro futuro? Sono queste le domande che noi studenti ormai da anni proviamo a mettere al centro del dibattito politico di questo Paese.

 

Dal 2010, dall’approvazione della Legge Gelmini, abbiamo assistito ad una riduzione pesante e progressiva dell’organico: in questo periodo sono infatti scomparsi 15.000 strutturati. In questi stessi anni abbiamo conosciuto una nuova esplosione nelle università di forme di lavoro atipiche e a tempo determinato: ai 3.500 ricercatori a tempo determinato “di tipo A” e 2.500 “di tipo B” si affiancano i quasi 15.000 assegnisti di ricerca. A questi si aggiungono poi anche circa 19.000 persone che svolgono attività di docenza con contratti di supporto alla didattica, spesso a titolo gratuito. Queste sono alcune delle conseguenze del disinvestimento in Istruzione e Ricerca, alle quali si aggiunge una progressiva riduzione del numero di studenti iscritti all’Università, più del 20% negli ultimi 10 anni. Questo è lo specchio di un altro dato preoccupante: le prime dieci università per numero di assegnisti e ricercatori, che rappresentano il 48% del totale, appartengono a regioni del Nord Italia. Secondo il rapporto del Cnr il nostro Paese spende solo l’1,3% del Pil in ricerca e sviluppo, un dato che ci pone al dodicesimo posto tra i Paesi dell’Unione europea, preceduti solo da Repubblica Ceca e Slovenia. Il bassissimo investimento in Università e Ricerca in proporzione al PIL ha come conseguenza il più basso numero di ricercatori rispetto alla media europea, il peggior rapporto numerico docenti/studenti e un diritto allo studio non garantito a tutte e tutti.

Questi sono dati sconcertanti che dimostrano quali siano le reali conseguenze delle politiche di definanziamento. Non si vuole capire che un Paese senza formazione e senza ricerca è un Paese che è destinato a non avere un futuro. Un Paese che trasforma la formazione da strumento indispensabile per l’emancipazione delle masse, ad appannaggio di pochi è un Paese che si autocondanna.

Continuiamo negli ultimi anni ad essere il fanalino di coda dell’Europa in tema di diritto allo studio. L’Italia è, infatti, uno dei Paesi europei dove studiare costa di più e dove si spende meno in diritto allo studio: solo 12% degli studenti italiani ha accesso al sistema di diritto allo studio. Un quadro che evidenzia come l’Italia non consideri l’istruzione e l’università come un ambito in cui investire, non promuovendo misure che favoriscano l’accesso al sapere e la sostenibilità economica del percorso formativo.

Con la Legge di Stabilità si è confermata la direzione di svilimento e precarizzazione del sistema universitario. Con il DM Punti Organico si è accentuata la differenza tra Atenei di serie A e Atenei di serie B, ponendo nuovamente la virtuosità come parametro rispetto al quale attribuire i punti organico e accentuando ancora di più la differenza tra nord e sud.

La stagnazione dei fondi ha avuto come unica conseguenza quella di rigettare sulle famiglie la sostenibilità degli atenei, rispondendo alla logica dell’austerità: la soluzione individuata è stata quella di travasare da un contenitore all’altro i fondi necessari, gravando sulle spalle degli studenti che sono i maggiori finanziatori di questo sistema, soprattutto chi vive nel Sud d’Italia.

La mancanza di investimenti e quindi l’impossibilità di pensare e programmare un futuro, fa sì che l’università si tramuti in comunità sempre più priva del suo senso identitario e delle sue funzioni originali.

Quindi, l’università è a rischio marginalizzazione. In particolare, l’università del Mezzogiorno è a rischio estinzione nella sua funzione sociale.

Come ridare centralità al ruolo sociale dell’Università? Essa stessa in quanto culla della produzione e diffusione di nuova conoscenza, per un suo rilancio ha bisogno di investimenti. È necessario superare le barriere che distanziano l’università dal resto della società.

 

A tal fine, la Ricerca dovrebbe essere slegata da qualsiasi logica di profitto. L’attuale modalità di valutazione della Ricerca, a gestione ANVUR, si concentra su dei parametri stringenti che definiscono cosa viene considerato ricerca di qualità e cosa no. Ciò vincola la libertà di ricerca a rispettare tali parametri e requisiti. La ricerca, in questo modo, smette di essere autonoma e originale appiattendosi su ciò che viene richiesto per poter essere considerata “di qualità”. Ma cos’è davvero la qualità quando la valutazione, la comparazione e la classificazione richiedono requisiti quantitativi?

 

Ricerca di qualità è Ricerca libera. Il nostro Paese è al trentesimo posto su 46 nazioni per libertà di ricerca scientifica e autodeterminazione. Vediamo di anno in anno, di università in università, come la ricerca libera sia spesso colpita dagli svariati governi. Lo scorso giugno abbiamo assistito al processo di Roberta Chiroli, la quale studiava le proteste da laureanda alla Ca’ Foscari di Venezia. Roberta è stata  accusata di aver partecipato a manifestazioni No Tav, e di aver usato nella sua tesi il pronome “noi”, offrendo così una tesi “moralmente complice”. Ecco come la Ricerca se è utile al profitto delle grandi aziende e per le grandi opere viene sostenuta e difesa, se invece fa emergere una voce dissidente ed evidenzia le contraddizioni di grandi opere come Tav e Tap, viene repressa. Siamo stanchi che la Ricerca venga vista come un’arma di affronto e intimidazione, anziché uno strumento di analisi e crescita sociale.

Non possiamo non ricordare il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano ucciso in Egitto tre anni fa e per il quale ancora chiediamo verità e giustizia.

 

Un momento di bilanci, dicevo all’inizio, anche e soprattutto perché quest’anno termina il mandato del Magnifico Rettore Vincenzo Zara. Chiediamo al futuro Rettore di questo Ateneo un impegno reale nell’invertire la rotta, impegnandosi responsabilmente a fare una programmazione che tenga conto delle reali esigenze dell’Ateneo e del territorio, affinchè l’offerta formativa non sia fatta di corsi spot ma di corsi di laurea realmente formativi per gli studenti. Ciò che ci rimangono sono solo briciole e quello che realmente dovremmo esigere, nella sua figura Magnifico Rettore, è un rifinanziamento complessivo del sistema universitario generale che superi la ripartizione attuale e permetta al nostro ateneo di avere nuovo respiro.

 

Alla comunità accademica tutta,

non faremo passi avanti se continuiamo a litigare per dividerci le briciole, a fare battaglie e richieste corporative e sezionali, a considerarci parti differenti e dimenticandoci che siamo tutti sulla stessa barca, che sta affondando da ormai troppi anni.

Invito tutti e tutte a riflettere su l’imprescindibile necessità di una presa di coscienza collettiva per unire le forze verso un riscatto dell’Università pubblica.

 

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