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NON SI PUO’ FAR FINTA DI NIENTE: STUDENTI IN PIAZZA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO PER NUOVI MODELLI DI SVILUPPO

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Negare l’evidenza è sempre inutile: gli effetti del cambiamento climatico sono evidenti e la comunità scientifica si è imponemente espressa per evidenziare la responsabilità delle attività umane nella distruzione del Pianeta.
L’”Intergovernmental Panel on Climate Change” ha presentato il più rilevante Report scientifico riguardo i cambiamenti climatici, in cui spiega cosa succederà se non viene rispettato l’accordo di Parigi, secondo cui i Paesi firmatari dovrebbero adottare misure volte a far sì che il surriscaldamento del clima si mantenga tra 1.5°-2.0° rispetto ai livelli pre-industriali, pena l’estinzione graduale della vita sulla Terra. Abbiamo già superato 1°, il mezzo grado rimanente è vitale per salvare il 90% delle barriere coralline, per ridurre l’innalzamento del livello dei mari e per garantire la sopravvivenza delle specie animali.

Se non proteggiamo la natura, quindi, non possiamo proteggere noi stessi; eppure molti paesi ignorano la gravità della situazione continuando a perseguire i propri interessi: USA, Russia, Kuwait e Arabia Saudita (tra i più grandi estrattori di idrocarburi) si sono opposti all’adozione del Report, che seppur èinserito all’interno del documento della COP24 di Katowice, non è considerato vincolante rispetto alle indicazioni in esso contenute.
Le note posizioni negazioniste del Governo USA (tra i principali emettitori di gas serra) hanno generato preoccupazione rispetto alla COP24, mettono a rischio il lavoro impostato negli Accordi di Parigi, dai quali Trump ha annunciato di voler far ritirare gli USA entro il 2020: durante la COP24 è emerso il conflitto tra gli interessi degli Stati industrializzati, e quindi più responsabili per quanto riguarda il riscaldamento globale, e gli Stati in via di sviluppo, che hanno richiesto aiuto per accelerare il loro processo ancora primordiale di transizione energetica e per fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico.
Nonostante i passi avanti effettuati nel corso delle negoziazioni, gli obiettivi proposti sono ancora insufficienti per fermare il surriscaldamento globale prima che sia troppo tardi, e non esistono reali garanzie del rispetto degli impegni presi dai vari Paesi.
Il testo finale presentato al termine dei lavori della COP24 non è ambizioso, pur essendo il frutto di un grande sforzo diplomatico che ha visto l’opposizione di numerosi Stati tra i più inquinanti e dipendenti dalle fonti fossili: la COP24 si è quindi conclusa con documenti ufficiali contenenti le criticità di una Conferenza sulla quale l’aspettativa era massima, ma che è finita vedendo sorgere proteste e manifestazioni sul tema, tanto in Polonia quanto nel resto del mondo.

E in Italia? Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha promesso l’uscita dell’Italia dai combustibili fossili entro 2025; ma quando e come intende concretizzarla, in relazione anche allo stato di repressione dei conflitti ambientali su tutto il territorio nazionale?
Il Ministro ha candidato il nostro Paese ad ospitare la COP26 dichiarando la volontà di trasformare il sistema produttivo italiano; ma ci chiediamo come si possa attuare una simile transizione con un governo che continua ad affrontare le questioni ambientali sostenendo la realizzazione di grandi opere inutili e dannose, favorendo gli interessi dei pochi a discapito dei molti e della sostenibilità.
Le grandi opere contribuiscono negativamente al cambiamento climatico, e come se non bastasse il loro impatto viene frequentemente nascosto dietro la necessità di posti di lavoro, definendo materialmente sacrificabili le vite degli stessi cittadini che dovrebbero accedere a tali posti.
Ma la questione non termina alle grandi opere: in Italia i danni causati dal cambiamento climatico nel settore agricolo sono stimati in 17 miliardi di euro, e con questo trend è stimato che potrebbero salire a 20 miliardi nel 2030.

L’acqua, bene comune primario, sta diventando sempre più un bene prezioso a causa della sua scarsità: in 25 anni 33 Paesi potrebbero restare senza acqua. Ad allarmare è uno studio dell’World Resources Institute: un quarto della popolazione mondiale non ha accesso al quantitativo minimo necessario di acqua e i cambiamenti climatici stanno facendo aumentare sempre più questa fascia di popolazione. Ovviamente la mancanza d’acqua in alcuni Paesi provoca non solo guerre, ma anche fenomeni migratori: è quanto avviene in Paesi dell’America Latina e dell’Africa. Infatti, basta un semplice spostamento di qualche grado delle fasce climatiche in aree antropizzate per innescare carestie o alluvioni e costringere gli abitanti a migrare. Solo nel 2016, 24 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa a causa dei disastri ambientali, ed entro poche decine di anni 2 miliardi di persone.

La lotta al cambiamento climatico è intrecciata inevitabilmente alla lotta per i diritti umani: la società contemporanea non può prescindere da una trasformazione sociale che vada verso un modello tanto più equo quanto più sostenibile.
È necessario combattere la ricattabilità di chi vive particolari condizioni di marginalità rivendicando decisionalità e libertà di autodeterminazione contro gli interessi economici e speculativi.
È necessario combattere chi devasta e svende i territori agli interessi privati e chi favorisce la disinformazione e il negazionismo per fini personali attraverso i saperi e l’nformazione.
È necessario ripensare il modello produttivo/energetico in un’ottica che sia davvero sostenibile, democratica, in termini di redistribuzione della ricchezza e in nome della giustizia ecologica.

Le nuove generazioni sono quelle che dovranno fare i conti con l’ambiente che verrà lasciato loro e si stanno ribellando ad un sistema che percepiscono come ingiusto e insostenibile. Vogliamo decidere noi sui nostri territori e sul nostro futuro.

Domani, venerdì 15 marzo, aderiamo alla manifestazione organizzata da Fridays For Future a Lecce, ore 9.00 Porta Napoli.

Inoltre, come LINK, saremo partecipi anche alla mobilitazione nazionale per la giustizia climatica e contro le grandi opere del 23 marzo, per gridare il tradimento delle promesse elettorali fatte in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle su TAV, TAP e ILVA.

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