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L’OTTO MARZO 2020: DONNE, PRECARIETÀ E SAPERE

In questa giornata si ricordano le conquiste sociali, economiche e politiche che le donne hanno ottenuto negli anni, ma soprattutto le violenze e discriminazioni a cui sono state e sono ancora oggi soggette.

Oggi è un giorno di lotta contro una società in cui il patriarcato pervade ogni ambiente, dal lavorativo al familiare. Assistiamo continuamente a un dominio maschile, ad una divisione e gerarchizzazione di ogni contesto. Le rivendicazioni femministe puntano, pertanto, non semplicemente a una parificazione dei sessi nella società, ma a un ribaltamento complessivo del modello esistente: essere femminista per noi significa prima di tutto comprendere quali sono i paradigmi di esclusione su cui la nostra democrazia e l’articolazione di potere che ne deriva si basano inesorabilmente.

La realizzazione di questi obiettivi politici sembra essere ancora lontana: le cosiddette “azioni positive” compiute dalle istituzioni in materia di genere non hanno, naturalmente, portato a compimento un sovvertimento del sistema patriarcale, e comunque possiamo dirci distanti anche dallo stesso concetto di parificazione. L’Italia è infatti al 70° posto su 149 paesi nel mondo per capacità di colmare le differenze di genere, al 17° posto su 20 paesi in Europa. 

Uno dei principali fenomeni dell’ultimo secolo è la femminilizzazione del lavoro: abbiamo assistito a un aumento del numero di donne impiegate nel lavoro di cura, in connessione anche con il fenomeno migratorio su scala globale. Questo fenomeno si concretizza anche nel paradigma della flessibilità del lavoro, sempre più a prestazione, basato sulla valorizzazione degli aspetti emotivi, creativi, sessuali, identificativi della persona e sui fenomeni di autodisciplinamento, che si rifà all’esperienza storica del lavoro femminile. In questo senso si può dire che la figura del precario, indipendentemente dal genere, “è donna”. Inoltre l’esperienza del lavoro femminile nell’industria produttiva, in particolare nella logistica legata ai grandi marchi, interroga sempre più sia sul dato di genere che sulla sua intersezionalità con il dato migrante.

Tre sono gli aspetti fondamentali che impediscono la distruzione del “soffitto di cristallo”: la persistenza di una diffusa “segregazione” sul mercato del lavoro riservando alle donne prospettive di carriera e salari inferiori; la conciliazione tra vita privata e professionale che si traduce in minori opportunità lavorative e di guadagno; la scarsa trasparenza delle retribuzioni. Il GENDER PAY GAP DI OCCUPAZIONE E CARRIERA è causato dalle minori prospettive delle donne nell’ambito lavorativo, dalla minore retribuzione a parità di carriera e dal fatto che le donne occupano principalmente lavori part-time non per loro scelta.

Nel 2018 la differenza di occupati tra sesso femminile e maschile è di 3.7 milioni, il gap nella partecipazione al mercato del lavoro in Italia si attesta essere il 66.9%, con un tasso di occupazione pari al 49% per le donne contro il 67.6% per gli uomini. 

In più le donne lavorano il 25% di ore in meno o, a parità di ruolo, il gap salariale vale più di 2.700 euro lordi annui. 

Le convenzioni sociali errate e gli stereotipi sul ruolo della donna nella società, come quello di “cura familiare” ed “economia domestica”, fanno sì che questa venga percepita come inadatta a svolgere un ruolo di responsabilità e posizioni di vertice. Solo il 32% dei dirigenti in Italia è donna e solo il 29% quadri. Il tutto porta a un’atomizzazione della sua figura nella società, impedendone l’autodeterminazione e favorendo la disparità di genere.

Un esempio concreto di discriminazione di genere in ambito lavorativo è proprio quanto avviene all’interno dei luoghi accademici. Notiamo infatti come oltre la metà (61%) dei/lle laureat* in Italia sia di sesso femminile, ma andando avanti con la carriera universitaria assistiamo a un assottigliamento della presenza delle donne: se il 70% delle accademiche è ricercatrice o assegnista di ricerca, solo il 10% è docente ordinaria, mentre dal lato opposto vediamo che a fronte di una percentuale minore di uomini ricercatori o assegnisti, il 25% di loro è ordinario. I dati riportano anche che le donne sono riconosciute meno spesso dei loro colleghi uomini come responsabili scientifiche di una pubblicazione o ricerca. Questi numeri sono spiegabili, da una parte, tenendo presente che molte accademiche abbandonano il loro posto di lavoro per le difficoltà imposte dal ruolo che la società richiede alle donne, ovvero con l’impossibilità di conciliare vita familiare e precarietà; dall’altra parte assumiamo che esiste nelle politiche di avanzamento di carriera accademica un atteggiamento sessista e discriminatorio che cerca di deresponsabilizzarsi attribuendo alle donne accademiche un carattere meno “competitivo”, ma soprattutto meno “produttivo”.

La precarietà è donna, e non permette di vivere con dignità. Fino a che la violenza sarà istituzionale, economica, mediatica, giuridica e familiare, fino a che una donna sola non potrà costruirsi il suo futuro l’ottica di subordinazione sarà impossibile da abbattere. 

Riteniamo che un primo passo decisivo verso l’abbattimento della mentalità patriarcale sia iniziare a costruire dei modelli di didattica alternativa, partendo proprio da scuole e università. L’educazione è ciò che in gran parte modella il nostro essere: nelle scuole italiane viene ancora veicolato un paradigma educativo escudente ed eteronormato che si basa su una profonda differenziazione tra i sessi, oltre al fatto che ci mostriamo ancora restii al praticare una sana educazione sessuale e limitiamo il discorso sulla violenza e sul femminicidio alle sole occasioni in cui questi si verificano, mediatizzando il fenomeno e assumendolo come contingenziale. Ma l’elemento cardine del cambiamento è proprio la didattica: in scuole ed università, la didattica è completamente schiacchiata sul maschile, e questo modello trasmette la convinzione che la scienza, la letteratura, il pensiero, siano prerogative maschili portate storicamente avanti da uomini. Come se la “storia delle donne” fosse qualcosa di separato, come se conoscerla sia un fatto di cultura personale e non come un elemento indispensabile di comprensione del reale. In Italia esistono pochissimi centri di Gender Studies e gli insegnamenti vanno a rappresentare una forma di realtà distorta rispetto a quanto andrebbe riportato.

Cerchiamo quindi di partire dal sapere e dalla conoscenza per costruire un nuovo modello di società e sovvertire in senso politico quella esistente: tramite la lotta femminista rivendichiamo la libertà di essere, di realizzarsi, di ognun* di noi.

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