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Primo maggio 2020 – per un cambiamento radicale

COMPRENDERE IL LAVORO, DIFENDERE I SALARI

una prospettiva critica sul mondo del lavoro oggi

Come ogni anno, e quest’anno in particolare, il 1 Maggio offre l’occasione per interrogarsi sulle condizioni dei lavoro oggi e sugli avanzamenti prodotti dai movimenti dei lavoratori sul piano della tutela e della difesa dei salari. Non ci saranno rievocazioni nostalgiche o il solito riepilogo della storia del movimento operaio in questo intervento. Ora più che mai, viviamo un momento di lotta, che è si lotta contro il virus e il contagio, ma è anche lotta contro le forze scatenate dalla crisi che stiamo vivendo. Non è difficile immaginare come queste forze siano orientate: contro il lavoro e a favore del capitale. Dunque,se è importante sapere da dove veniamo, perchè ricordiamo il 1 Maggio e quale sia il suo significato, è altrettanto importante comprendere dove siamo diretti e quali siano le prospettive per un rafforzamento e un’ampliamento dei diritti sociali e dello stato di welfare oggi.

E dunque, dove siamo oggi? Cos’è oggi il lavoro in italia? Cosa sarà domani? Tre domande, tre prospettive: come è cambiato il mercato del lavoro in Italia, cos’è il lavoro per uno studente oggi, quali sono le immediate conseguenze della crisi del Coronavirus sui lavoratori.

FLESSIBILITA’: NON OCCUPAZIONE, MA SFRUTTAMENTO

14 Febbraio 1984. Con un’azione unilaterale il governo stabilisce il taglio di tre punti della scala mobile, il meccanismo che difendeva il potere d’acquisto dei salari dagli incrementi del tasso di inflazione. L”accordo è quasi unanime tra i sindacati, fatta eccezione per la Cgil, sfilatasi all’ultimo minuto in seguito alle pressioni del partito comunista italiano. Apparentemente poca cosa, Il così detto “decreto di San Valentino” segna dal punto di vista politico l’inizio di una lunga stagione di arretramento del lavoro sul capitale, stagione che deve purtroppo ancora concludersi. Alcune teorie economiche argomentano che la decisione del governo avrebbe contibuito a ridurre l’inflazione, consentendo ai lavoratori di acquistare di più a parità di salario, e tuttavia al di là degli effetti prodotti dalla decisione del governo sul sistema economico italiano, non si può non considerare che questa segni un’inversione totale dal punto di vista concettuale rispetto alle precedenti politiche dellavoro in italia . Il decreto di San Valentino e la successiva vittoria del governo al referendum abrogativo del 1985,conferirono legittimità all’idea che i diritti sociali riconosciuti durante il secondo dopoguerra a tutela dei lavoratori costituissero una limitazione per il sistema economico. Di lì a poco il 31 Luglio 1992, il governo avrebbe poi del tutto abolito la scala mobile e il nostro paese sarebbe stato testimone del susseguirsi di numerose riforme di flessibilizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro: limitazione del diritto di sciopero (1990), introduzione del lavoro “interinale” e altre forme di contrattazione a tempo determinato (Pacchetto Treu,1997), l’abolizione della giusta causa per il licenziamento (Jobs act, 2014). Queste sono solo alcune dei provvedimenti che hanno complicato irreversibilmente la condizione di migliaia di lavoratori in tutta italia rendendola meno sicura e più precaria. L’idea che le muove, difesa con zelo dagli economisti neoliberali, è che una maggiore flessibilità contribuisca a ridurre il tasso di disoccupazione. Ad oggi numerose sono le evidenze scientifiche che smentiscono catogoricamente la correlazione tra minore disoccupazione e minori tutele. Unico effetto delle riforme è stato quello di indebolire strutturalmente il potere contrattuale del lavoratore nella complicata relazione con il datore di lavoro. Gli effetti non sono tardati ad arrivare: proprio dall’anno 1984 a oggi, si può osservare come la quota dei salari sul PIL in Italia sia letteralmente crollata. Questo ha ovviamente contribuita all’incremento delle diseguaglianze: solo per citare un esempio, in Italia i così detti “Working Poors”, cioè di lavoratori a rischio povertà sono 12 % ben al di sopra della media europea (9,4%). La dinamica della quota salari ha subito un andamento simile in molti paesi occidentali. Alcuni studi e teorie suggeriscono che l’integrazione globale delle catene del valore verificatasi a seguito della globalizzazione abbia avuto un effetto decisivo sui salari. il libero movimento dei lavoratori e dei capitali non ha contribuito ,come la teoria economica liberista credeva, al progresso tecnologico, all’aumento della produttività o dell’occupazione. Il risultato è stato invece una guerra tra le imprese senza esclusione di colpi sui costi di produzione pagata a caro prezzo dai lavoratori.

IO RIDER: STUDENTI E LAVORO PRECARIO

“Bamboccioni”, “Choosy”. Questi sono solo alcuni degli appellativi riservati ai giovani italiani in cerca di lavoro, e quindi anche agli studenti, da parte della classe politica. Il dibattito che molto spesso si è aperto nel nostro paese riguardo la disponibilità o meno dei giovani a lavorare , ha ovviamente già così espressa del surreale e non serve citare alcun dato che stia a testimoniare la falsità di enormità del genere. Semmai è vero il contrario, e cioè che molto spesso giovani e studenti si sono dovuti scontrare con le nuove forme del lavoro precario e male retribuito, cui molto spesso lo stato non riconosce alcuna forma di regolamentazione o tutela. Un esempio emblematico è quello del così detto “Platform work”, una forma di occupazione che utilizza una piattaforma online per abbinare l’offerta e la domanda di lavoro retribuito. Una di queste professioni è proprio quella del Rider, il fattorino addetto alle consegne per le grandi multinazionali del food delivery, attive da qualche anno in italia. Pagata molto spesso a cottimo (per numero di consegne effettuate), priva di qualsiasi forma di previdenza sociale, tutela contro gli infortuni sul lavoro o ammortizzatori sociali, la professione del Rider è solo una di quelle tante nuove professioni svolte da giovani e ignorate dalla politica. Un recente decreto del settembre del 2019 ha cercato di intervenire in materia ma molte delle unioni più rappresentative hanno fatto presente al governo l’insufficienza dei provvedimenti Non si può infine non fare un discorso a parte sull’università italiana. A seguito di un lungo percorso iniziato con il processo di Bologna nel 1999, l’istruzione superiore italiana è andata sempre più a integrarsi con le esigenze della produzione, in entrata, attraverso una pianificazione dell’offerta formativa coordinata con aziende e imprese, e in uscita attraverso tirocini formativi e altre forme di incontro tra il mondo del lavoro e lo studente. Il risultato? Una serie di forme di lavoro atipiche e senza tutele. i tirocini hanno oggi un impatto enorme in termini complessivi sul sistema universitario, questo a fronte di una situazione drammatica : un monte ore non trascurabile di lavoro vero e proprio e non retribuito, senza alcun diritto reale riconosciuto. Non ci sono limitazioni orarie giornaliere, non è prevista la possibilità di ammalarsi o di entrare in maternità, le fasce orarie e i giorni non sono regolamentate per cui ci si può trovare ad avere turni di tirocinio serali/notturni o in giorni festivi, così come per i tirocini curricolari non è prevista alcuna tutela della compatibilità degli orari con la frequenza delle lezioni e la preparazione degli appelli d’esame.

DEBITO E WELFARE: IL LAVORO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Infine, è inevitabile fare riferimento alla situazione straordinaria che stiamo tutti attraversando in questi mesi e a quali potrebbero essere le conseguenze sul lungo periodo per i lavoratori. A seguito delle misure straordinarie per arrestare i contagi da Covid-19, per poter fornire liquidità a imprese e lavoratori i governi di tutta europa hanno contratto grandi quantità di debito su mercato. il Fondo Monetario Internazionale prevede un incremento spropositato del rapporto tra debito e PIL italiano dal 134,8% del 2019 al 155% a fine anno, con un calo stimato del PIL a -9,1%. L’unica cosa che in questo momento rende sostenibile il debito italiano è l’intervento della BCE, che acquistando i titoli di stato italiano mantiene bassi (o non troppo alti) i i tassi d’interesse sul debito. In tutta europa i lavoratori attraversano, molti di loro costretti a lavorare anche a rischio del contagio (ad esempio i Riders prima citati)- E’ quindi opportuno chiedersi chi pagherà le enormi quantità di debito che i paesi europei stanno impiegando anche e sopratutto in soccorso delle imprese, attraverso garanzie sui prestiti, finanziamenti a fondo perduto o interventi diretti sul capitale. Si aprono a questo punto due strade per i governi: fare fronte al debito pubblico attraverso tasse e revisione della spesa pubblica, la cosidetta politica di austerità. Una soluzione di questo tipo rischierebbe di aggredire principalmente lo stato di welfare e dunque i lavoratori. Una seconda possibilità, suggerita da alcuni economisti sul Financial Times dello scorso 13 Marzo, è quella di trasferire il costo del debito dal salario alla rendita, attraverso una politica fiscale progressiva, e tenere i tassi bassi attuando quella che negli anni successivi al secondo dopoguerra veniva definita “Repressione finanziaria”: blocco della speculazione, controllo dei movimenti di capitale. Come sostiene Emiliano Brancaccio, uno degli autori dell’intervento sul FT: “Questo tipo di politica sposta l’onere della crisi sui rentiers e sui gamblers della finanza mentre salvaguarda le attività produttive, i beneficiari del welfare e i lavoratori. ” . Nei mesi a seguire è necessario che studenti e lavoratori cooperino insieme attraverso tutti gli strumenti possibili perchè questa alternativa vada considerata e praticata. Il ritorno a politiche di austerità comporterebbe un costo salatissimo per i corpi sociali più svantaggiati del paese, e questo non può e non deve accadere. Se abbiamo privatizzato i profitti, non dobbiamo socializzare le perdite. Non adesso. Non di nuovo.

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