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SULLE PIAZZE DI QUESTI GIORNI

Qualche giorno fa, in piazza Sant’Oronzo a Lecce sono scesi i principali attori sociali che nell’area salentina sono stati colpiti dai provvedimenti previsti nell’ultimo Dpcm in merito alla ormai nota pandemia da Covid-19 in corso. Una protesta quasi spontanea e autogestita e il cui nucleo è partito dalle varie categorie di partite iva ormai esasperati dai provvedimenti del governo.

L’ISTAT stima che già durante la prima ondata, ossia primo trimestre 2020, abbiano interrotto l’attività lavorativa ben 110 mila lavoratori autonomi nella fascia d’età che va dai 30 ai 39 anni, rispetto all’anno precedente. Secondo quanto emerge dal Rapporto Povertà stilato dalla Caritas, nel periodo maggio-settembre del 2020, confrontato con lo stesso periodo dell’anno 2019, è avvenuto un incremento importante del  numero dei cosiddetti “nuovi poveri”: dal 31% del 2019 al 45% attuale. Quasi la metà delle persone che si rivolgono alla Caritas per chiedere sostegno, lo fa per la prima volta. 

Nel soffermarsi a riflettere su quanto accaduto è necessario tener presente la tipologia di società all’interno di questa piazza, che, ricordiamo, non è un caso isolato. In molte parti d’Italia, Napoli prima fra tutte, la realtà attuale è che centinaia di persone di differente estrazione sociale sono scese a protestare contro dei provvedimenti che, al netto della necessità di arginare l’emergenza, presentano formulazione e tempistiche a dir poco discutibili.

La piazza leccese di qualche giorno fa ha visto una composizione eterogenea, di connotazione confusa dal punto di vista politico e di classe: all’interno vi erano, oltre a negazionisti e ribelli alle misure restrittive, piccoli e grandi imprenditori soprattutto del centro e gli sfruttati reali di sempre – giovani e meno giovani che compongono l’universo, ignorato secondo convenienza, del lavoro sommerso. Queste fasce sociali che dovrebbero essere ai poli opposti, hanno manifestato dalla stessa parte. Questo dato porta ad interrogarci su una serie di fattori: la complessità della situazione economica e sanitaria attuale, le responsabilità del Governo e l’assenza di un riferimento per i soggetti realmente sfruttati. 

Assenza che è una piena responsabilità della sinistra parlamentare italiana, la quale sembra aver dimenticato il suo bacino fondamentale di ascolto, storicamente composto dagli ultimi, gli invisibili, gli inascoltati, che negli ultimi anni sono invece stati intercettati e irretiti dalle false promesse di una destra che, per quanto ipocrita, si è comunque reinventata nel modo di parlare al bisogno di questa importante parte della popolazione.

Il governo Conte II ha rappresentato un viraggio importante dall’ultradestra ad un centrosinistra che rimane tuttavia incapace di interloquire col suo elettorato storico, e che continua ad affidarsi all’inerzia ed ai proclami del suo Presidente del Consiglio, anziché adoperarsi per mettere in pratica delle politiche atte a riportare la sinistra ai suoi valori originari di un tempo.


Tornando nel merito dei provvedimenti presi, è fattuale che, se in primavera questa situazione ci è praticamente piovuta addosso, nei mesi che sono appena passati, nell’immediato post-lockdown in cui le misure sono state allentate, vi erano tutti i margini per prendere misure che cercassero di evitare tempestivamente l’esponenzialità della seconda ondata e che prevenissero nuove chiusure e nuove restrizioni. Senza dimenticare che siamo tenuti ad avere sempre e comunque un comportamento responsabile verso di noi ma soprattutto verso gli altri, da questo tipo di piazza emerge un piano fondamentale, ovvero quello del bisogno. Al netto del decreto Ristori, c’è bisogno di misure potenti che intercettino tutte le categorie colpite dalla crisi. E queste categorie non sono soltanto le piccole e medie imprese, soffocate dalla pressione fiscale (e dall’evasione), ma sono anche e soprattutto quei lavoratori e lavoratrici, gli studenti e le studentesse che provengono da oltre dieci anni di appesantimento strutturale ed economico, verso i quali si gettava una già pesante crisi e su cui si è riversata in maniera prepotente anche la nuova crisi dettata dalla pandemia. Le istituzioni hanno sempre lasciato indietro chi è costretto a lavorare a nero, non risultando dunque come un contribuente nelle casse dello Stato, senza diritto nemmeno all’ombra di un sussidio nei mesi più gravi di una crisi che è ben lungi dall’essere terminata. Una percentuale di lavoro sommerso del 19% è veramente qualcosa che può essere ignorata, specialmente in pandemia? Possiamo davvero dare la colpa del lavoro irregolare a chi è costretto ad accettarlo, spesso giovani nella speranza di proseguire gli studi?

Il diritto allo studio è un altro tema, a noi molto caro, che meriterebbe un’analisi più approfondita. Moltə studentə non hanno le risorse per continuare gli studi, dato che gli aiuti erogati sotto la prima ondata si sono rivelati insufficienti. I luoghi di formazione restano chiusi, con le pesanti conseguenze in ambito formativo e sociale, soprattutto per assenza di fondi, perché la capienza delle aule non sarebbe sufficiente a garantire il distanziamento e perché non c’è abbastanza denaro per procedere alle sanificazioni continue richieste dalla pandemia; ma non possiamo e non dobbiamo dimenticare che tutto questo va avanti da molto prima del Coronavirus, e che i tagli all’istruzione ed il definanziamento hanno una storia lunghissima che è perfetto specchio delle recenti chiusure. Gli studenti e le studentesse, inoltre, non hanno attualmente né la possibilità di accedere ai luoghi del sapere e dalla cultura, né a spazi cittadini adeguati per studiare e socializzare (nemmeno in sicurezza).

Gli effetti psicologici, economici e sociali di questa crisi sono il segnale di un Paese totalmente impreparato a sostenere qualsiasi tipo di scossa, perché da decenni non comprende le reali priorità di intervento. Occorre un piano di rifinanziamento reale della sanità pubblica, un ripensamento del sistema fiscale che favorisca realmente i meno abbienti. Occorre tutelare i lavoratori e rimettere al centro l’istruzione e la cultura, settori sminuiti, definanziati e dimenticati.

Siamo stanchi di provvedimenti poco decisi, finalizzati unicamente a limitare i danni, inquadrati soprattutto in un’ottica del tutto capitalista che con la scusa di cercare di evitare di mettere in ginocchio l’economia continua di fatto ad arricchire coloro che sono già ricchi od oltremodo ricchi, mentre la fetta di popolazione più povera continua ad ampliarsi e a precipitare sempre di più nel baratro.

La Spagna, con l’iniziativa del governo Sanchez, ci insegna che è proprio in un momento storico del genere che si deve combattere per una politica volta ad una vera giustizia sociale. Una giustizia che parta da una lotta reale alla povertà, da una tassazione che penda verso la piccola parte di popolazione oltremodo ricca, e che ponga le basi per una società migliore e veramente equa.

Avvertiamo la necessità che la Sinistra si faccia un grosso esame di coscienza sulle ragioni per cui il conflitto e le piazze siano state egemonizzate da soggetti di destra o appartenenti alla politica liquida del qualunquismo, e sul perché i lavoratori si sentano più rappresentati da questi personaggi e non da forze parlamentari troppo chiuse nel loro moderatismo e lontane dai bisogni reali.

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