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Ambientalismo


Se non ora, quando? È quello che abbiamo urlato insieme a milioni di giovani, studenti e non, nelle piazze di tutto il mondo con lo scopo di ridare centralità al tema dell’ecologia, riportato all’attenzione dell’opinione pubblica grazie alla protesta iniziata nell’agosto 2018 da Greta Thunberg, ragazza attivista svedese che ha lanciato uno sciopero davanti al Parlamento di Stoccolma contro il cambiamento climatico, che ha riscontrato grande risonanza su scala mondiale con la nascita del movimento Fridays For Future.

Perché questa protesta? Un innalzamento anche apparentemente piccolo della temperatura media dell’atmosfera terrestre sta causando un drastico stravolgimento dell’assetto climatico in tutte le aree geografiche del nostro pianeta. Alcuni particolari gas immessi nell’aria dalle nostre fabbriche, dai nostri mezzi di trasporto e dalla maggior parte delle nostre attività (anche agricole e di allevamento), nonché dalla produzione di energia da fonti fossili, producono effetto serra, ovvero la principale causa di tale innalzamento della temperatura. Anche il disboscamento e la progressiva riduzione di vaste aree boschive del pianeta costituiscono una causa del surriscaldamento globale, in quanto le piante trattengono il calore che dal sole arriva sulla superficie terrestre. I cambiamenti climatici sono dunque determinati dal nostro modello di produzione e di sviluppo.

La proposta per contrastare il cambiamento climatico punta a stabilizzare la temperatura atmosferica, che secondo la comunità scientifica non può subire un innalzamento superiore il valore di 1,5 C°, poiché renderebbe la situazione irreversibile. La questione, però, continua ad essere considerata secondaria dalla maggior parte dei governi mondiali, che condizionati da interessi e giochi di potere non riconoscono l’emergenza e non intendono agire per il bene collettivo. In Italia, nello specifico, il Senato ha sottovalutato ancora una volta la situazione, bocciando la richiesta di dichiarare lo stato di emergenza climatica e perdendo l’occasione di assumere una posizione netta volta ad adottare anche misure concrete per tutelare l’ambiente. Tuttavia, molti Comuni hanno preso autonomamente iniziativa sottoscrivendo la dichiarazione per lo stato di emergenza climatica, come quello di Acri in Calabria.

Il cambiamento climatico non si manifesta esclusivamente nel surriscaldamento globale, ma interessa anche il fenomeno della siccità. Infatti l’acqua, bene comune primario, sta diventando sempre più un bene prezioso a causa della sua scarsità perchè, nel giro di 25 anni, 33 Paesi potrebbero restare senza acqua: un quarto della popolazione mondiale non ha accesso al quantitativo minimo necessario di acqua e, se non si interviene in maniera incisiva, questa fascia di popolazione sarà destinata a crescere.

In particolare, a livello locale continuiamo a portare avanti e a sostenere le lotte contro gli impianti Arcelor Mittal (ex Ilva), Eni, Cerano e Tap e contro gli stabilimenti di smaltimento rifiuti che costituiscono dei grandi elementi inquinanti che lacerano non solo l’ecosistema, ma il nostro intero tessuto economico-sociale. Al riguardo non è da sottovalutare il ruolo delle ecomafie che talvolta si intreccia con gli interessi delle multinazionali, come testimoniano diverse indagini e inchieste: secondo il rapporto di Legambiente sulle Ecomafie 2019, infatti, la Regione Puglia si colloca sul podio per le illegalità ambientali, insieme a Campania e Calabria.

In italia, poi, ogni anno lo Stato finanzia per oltre 16 miliardi di euro attività che distruggono l’ambiente, nonostante i danni causati dal cambiamento climatico nel settore agricolo sono stimati intorno ai 17 miliardi di euro e, con questo trend, si prevede che potrebbero salire fino a 20 miliardi nel 2030.

Non ci stiamo al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Non ci stiamo alla promessa di un futuro aperto solo a precarietà e ricatti, nel quale saremo costretti a lavorare per chi inquina e devasta i nostri stessi territori. Numerosi cambiamenti sarebbero facilmente attuabili dirigendo capitali verso fonti energetiche rinnovabili ed ecosostenibili, creando a livello mondiale ben 65 milioni di posti di lavoro e 700 mila morti in meno per inquinamento nei prossimi 12 anni. Ma non solo: la bonifica di 160 milioni di ettari di terreno inquinato potrebbe far guadagnare oltre 80 miliardi di dollari all’anno.

È necessario ripensare il modello produttivo in un’ottica che sia davvero sostenibile, reinvestire questi finanziamenti nell’istruzione, nella ricerca di tecnologie prioritarie per la transizione ecologica del nostro modello di sviluppo. È necessario ripensare la produzione energetica in termini realmente democratici, in termini di redistribuzione, in nome della giustizia ambientale. È necessario combattere chi devasta e svende i territori agli interessi privati e chi favorisce la disinformazione e il negazionismo per fini personali, costruendo una coscienza collettiva sui temi ambientali. È necessario investire perché i danni già provocati al clima e ai nostri territori non mettano a rischio la vita di nessuno, accogliendo chi scappa dalle aree del Pianeta già devastate, e attivando sistemi di prevenzione e limitazione dei danni che siano realmente efficaci.

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