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Didattica e Valutazione


La missione specifica dell’Università, intesa come formazione degli studenti, oramai evolve su più fronti interdipendenti: la qualità della didattica, orientamento degli studenti in entrata e in uscita, vantaggi competitivi riconducibili a legami con aziende ed enti locali, internazionalizzazione dei piani di studio, sostenibilità dei programmi in relazione alla 18 congruenza con il mondo del lavoro. Negli ultimi 20 anni (‘’Convenzione di Lisbona, ‘’Processo di Bologna’’) l’Università italiana è stata sollecitata dall’Unione Europea a realizzare al proprio interno un cambiamento significativo degli aspetti organizzativi e didattici per rispondere alla modernizzazione del modello sociale europeo, misurandosi con due spinose questioni: la prima sul rapporto tra università e mondo del lavoro, la seconda sulla necessità di instaurare un dialogo efficace con tutti gli interlocutori che si interfacciano con il mondo accademico, sempre più differenziati ed eterogenei. La logica del servizio universitario in continuo divenire dovrebbe quindi scoprire il senso e il significato di tali cambiamenti per tradurli in riforme strutturali del sistema accademico, ponendo lo studente in condizione di inserirsi efficacemente nel mondo del lavoro, non solo con competenze tecnico-professionali ma anche con un’adeguata apertura mentale che consenta loro di esercitare abitualmente il proprio pensiero critico. Per raggiungere questi obiettivi è necessario mettere in campo strategie didattiche che superino il modello di insegnamento basato sul trasferimento delle conoscenze dall’insegnante al discente, modello costruito per lo più sulla lezione frontale, e puntare invece su una pluralità di strategie diverse che hanno tuttavia in comune l’attenzione alle competenze, l’acquisizione di saperi in costante evoluzione, capacità di tipo trasversale e l’uso delle ITC. L’università del futuro ha infatti l’opportunità di valorizzare l’aspetto multidimensionale della didattica, innovandosi sotto il profilo tanto dei contenuti quanto delle modalità di apprendimento, ponendosi in particolare come avanguardia nei percorsi multidisciplinari. Per quanto riguarda i contenuti è ormai comprovata la necessità di fornire una maggiore preparazione pratica nel corso dell’intero percorso universitario, i neolaureati infatti segnalano da anni che tra le problematiche che complicano l’accesso al mondo del lavoro ci sia una formazione troppo teorica e nozionistica, incapace quindi di far sviluppare le competenze trasversali e generaliste in linea con un mondo del lavoro sempre flessibile e globale. Non possiamo infatti lasciar prevalere nei confronti della didattica un atteggiamento esclusivamente pragmatico che misuri le competenze acquisite dagli studenti in ore di lezione, crediti formativi, tempo dedicato agli esami sapendo che proprio negli ultimi anni emerge con forza la necessità di esercitare lo spirito di iniziativa e di apprendere in università che siano aperte sul mondo del lavoro, in attività rivolte verso l’esterno (erasmus, job placement) e finalizzate alla formazione. Se il mondo del lavoro cambia, propone nuovi profili professionali, riorganizza le competenze in modo da superare le segmentazioni classiche e per venire incontro ai bisogni dei futuri laureati in termini di occupazione, diventa imprescindibile un rafforzamento della cooperazione tra queste due realtà per contrastare la situazione di contrazione di un mercato del lavoro sempre più competitivo. Non si postula una dipendenza netta della formazione universitaria dal mercato del lavoro, ma una sinergia, una collaborazione che offra ai giovani laureati l’opportunità di acquisire gli strumenti di primo contatto con il mercato del lavoro per la ricerca di un’occupazione che risponda alle attitudini e alle aspettative personali. Una certa formazione “pratica” nell’ambito delle competenze dovrebbe costituire una parte rilevante della formazione all’interno dei corsi universitari soprattutto a partire dalla riforma ex D.m. 509 del 2004, la cosiddetta riforma Moratti, che puntava per le lauree triennali all’acquisizione di abilità immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Ciononostante, stando alle ultime statistiche Eurostat, poco più di un laureato su due (il 52,9% del totale) risulta occupato entro tre anni dal conseguimento del diploma, si tratta del dato peggiore dell’Unione europea dopo la Grecia. Per ridurre questo gap formativo e valorizzare il bagaglio di ‘know-how’ di ogni studente l’università dovrebbe offrire, accanto alla didattica classica e tradizionale che viene proposta a lezione, una formazione più dinamica tramite attività laboratoriali non più secondarie o subalterne rispetto allo studio teorico, ma concomitanti e funzionali all’apprendimento. Stando poi all’attenzione crescente riservata a livello europeo, una seconda questione riguarda le modalità di didattica alternativa che proliferano in istituti universitari europei in cui il presupposto di partenza è che l’apprendimento avvenga nell’ambito dell’interazione sociale (problem- based learning), per cui diventano fondamentali pratiche quali il Learning by doing, il problem solving, critical thinking, ability to communicate, ossia capacità di risolvere problemi, pensiero critico e capacità di comunicazione nel lavoro di equipe. A queste dinamiche si aggiungono quelle più specifiche della diffusione delle nuove tecnologie e della loro influenza sul modello di funzionamento delle Università (i cosiddetti MOOCs, acronimo di Massive Open Online Courses, che hanno portato alla nascita di Università “long distance only”). Infatti, mentre il mondo delle informazioni ha subito un cambiamento radicale, i sistemi di didattica utilizzati non lo hanno rispecchiato, cioè se gli strumenti attraverso cui acquisire informazioni si sono evoluti nel tempo, i sistemi di didattica in Italia sono fermi a tanti anni fa. Potremmo riferirci all’adozione delle tecnologie digitali dell’informazione e della comunicazione in ambito formativo – eLearning –che nell’immaginario comune, è concepito per lo più come uno strumento meramente sostitutivo delle lezioni erogate nelle sedi universitarie o, secondo il modello delle università telematiche, esclusivamente come un servizio a pagamento che, senza seguire particolari standard di qualità, fornisce, a quegli studenti che per motivi pratici non possono recarsi fisicamente nei luoghi di formazione, il materiale contenente le nozioni e i concetti necessari per il superamento dell’esame proposto, eliminando quindi tutte le caratteristiche che renderebbero l’e-learning un elemento innovativo da un punto di vista didattico. Innovativo ma soprattutto integrativo dal momento che la messa a punto di apposite piattaforme telematiche che offrono lezioni videoregistrate e confronti virtuali tra studenti e docenti consentirebbe di ottenere un aumento considerevole dell’accessibilità alle conoscenze e il superamento delle problematiche spazio-temporali di frequenza che interessano oggi sempre più studenti. Un ultimo aspetto cruciale su cui è importante riflettere è la recente tendenza nel mondo accademico in generale, a indirizzare le iniziative verso uno specifico obiettivo, quello della multidisciplinarietà. La multidisciplinarietà, nelle sue diverse forme, si afferma come una critica della specializzazione, ossia come superamento di un sapere ancorato alla specificità di una singola disciplina. Questa spinta verso una nuova integrazione tra i saperi, dopo il periodo di crescente specializzazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni, si propone di superare i limiti di un sapere monodisciplinare ricorrendo alla convergenza sul medesimo ambito problematico di studenti provenienti da più campi del sapere. È l’intreccio di più discipline, la combinazione di tecniche, approcci e metodi diversi su nuclei tematici condivisi che sviluppa nei discenti in generale un pensiero critico che, spaziando tra le diverse discipline, diventa più libero e consapevole. Il nostro auspicio è dunque che si possa favorire l’applicazione di una didattica innovativa e più vicina alle istanze del mondo del lavoro, senza esserne subordinata, promuovendo competenze trasversali tra gli studenti tramite modalità interattive e partecipative, sostenendo lo sviluppo nell’Alta Formazione dell’employability, e sollecitando l’università ad accompagnare i giovani laureati verso le aziende dopo la laurea puntando proprio sulle sinergie che è in grado di mettere in campo con il tessuto imprenditoriale locale anche attraverso lo sviluppo di partnerships. La qualità della didattica non va intesa però come una caratteristica esclusiva del servizio che i docenti e l’università prestano agli studenti , ma anche nella sua reciprocità, ossia nel servizio che gli studenti prestano ai docenti nell’implementazione dei servizi offerti dall’università, a partire dal significato che loro stessi attribuiscono all’esperienza universitaria. Da alcuni anni (ANVUR, 2013) le Università italiane hanno l’obbligo di somministrare periodicamente questionari sul gradimento degli insegnamenti del proprio corso di studi, con l’obiettivo di far emergere le maggiori criticità e carenze delle attività didattiche implicite nelle opinioni degli studenti. L’apertura di una finestra di dialogo con i diretti fruitori del servizio universitario ha evidenziato la grande utilità del confronto avviato, che si configura a tutti gli effetti come uno strumento per verificare in itinere prestazioni delle attività formative erogate e risultati, in termini di customer satisfaction, ovvero livello di soddisfazione degli intervistati. Perché allora non estendere questa buona pratica di consultazione oltre l’ordinaria supervisione dell’offerta formativa? Perché non cogliere lo stimolo ad attivare un modello il più partecipativo possibile anche per la revisione dei piani di studio preesistenti o per l’approvazione dei nuovi corsi di studio, in cui docenti e studenti si sentano coinvolti nello stesso dibattito, ma con ruoli differenti riguardo la responsabilità della didattica di cui si fanno carico? Diversi sistemi Universitari Europei (Olanda, Francia) hanno già sperimentato un approccio simile, che potremmo categorizzare come bottom-up, per sfruttare l’enorme informazione contenuta nei suggerimenti di studenti e studentesse non solo per attività di monitoraggio dell’offerta formativa ma anche per il forte potere segnaletico, di indirizzo e orientamento che il corpo studentesco è in grado di dare rispetto all’adeguamento dei contenuti per nuovi curriculum da offrire sul territorio. Riteniamo dunque che l’elaborazione di future proposte di variazione in senso lato della nostra offerta formativa d’Ateneo debba essere il frutto di un’interazione tra più soggetti, portatori di interessi diversi ma che condividano le stesse aspettative in termini di qualità e spendibilità dell’offerta formativa.

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