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Formazione e Lavoro


Si stima che i giovani disoccupati laureati, nella fascia d’età compresa fra i 25 e i 35 anni, residenti in Italia siano circa un milione. La disoccupazione giovanile ammonta a circa il 40% sul totale della forza-lavoro e, in alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, supera il 60%. La lunga crisi partita dal 2008 ha accresciuto il tasso di disoccupazione, ma soprattutto ha enormemente accentuato quella giovanile. Si tratta, con ogni evidenza, di una situazione socialmente insostenibile, probabilmente uno dei maggiori problemi dell’economia italiana, e nel lungo periodo, quando verranno meno i risparmi delle famiglie che consentono ai giovani di rimanere inattivi o di svolgere attività non conformi al titolo di studio acquisito, anche economicamente insostenibile, a meno di ulteriori incrementi (già enormemente rilevanti) delle migrazioni (peraltro in assenza di flussi di ritorno). All’enorme problema della disoccupazione giovanile i Governi degli ultimi decenni hanno provato a rispondere con massicce riduzioni dei finanziamenti a Università e centri di ricerca, generando il conseguente aumento della contribuzione studentesca, provando cioè a disincentivare le immatricolazioni. Dal lato assunzionale, il Jobs Act ha stabilizzato il precariato, tramite l’abolizione dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, incentivando l’assunzione a contratto o a tempo determinato, falsando i dati delle statistiche rispetto all’occupazione effettiva. Di pari passo il sistema pensionistico non assicura un ricambio generazionale efficiente ed una sostenibilità economica nel tempo, data la scarsa occupazione.

L’Italia non è un Paese per giovani e soprattutto non è un Paese per giovani istruiti. L’acronimo «Neet» sta a indicare persone «Not in education, employment or training», cioè giovani che contemporaneamente non sono inseriti in un percorso scolastico o formativo e non sono impegnati in un’attività lavorativa. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il fenomeno dei ragazzi 15-24 anni «Neet» interessa circa 1,3 milioni di persone, circa il 20% della popolazione di questa fascia d’età, percentuale che supera il 30% in alcune delle più importanti regioni del Mezzogiorno, come Campania, Calabria e Sicilia. Significante è, quindi, il fatto che quasi 1 giovane su 3, a causa del contesto economico-sociale in cui vive, non sia stimolato a formarsi per poi risultare maggiormente spendibile in ambito lavorativo.

Aggravante è la concezione che si ha oggi di Università, concepita come un “esamificio” e come uno strumento che dev’essere quanto più conforme ed accondiscendente alle leggi del mercato ed al mondo del lavoro, sfuggendo all’idea quanto più consona e giusta di una officina dei saperi, cercando di formare profili professionalizzanti ed esulando dalla concezione della cultura come orizzontale e trasversale: un luogo dove poter investire in primis sulla crescita personale, sullo sviluppo del pensiero autonomo e critico, un luogo di dibattito, di dialogo e di confronto, che prepara non solo ad una futura carriera lavorativa, ma in primis all’essere cittadini consapevoli e responsabili in una società in costante mutamento.

L’Università italiana, e nello specifico salentina, sono ancora lontane dall’essere parte attiva della filiera formativa, pur continuando ad essere riconosciuta come un’istituzione internazionale, non è ancora riuscita a leggere i mutamenti della stessa industria, ora chiamata 4.0, la quale ci pone davanti a sfide del tutto nuove, come la necessità di costante interdisciplinarietà, supportata dalla capacità di apprendimento profondo e divergente, qualità ancora né ricercate né foraggiate dal sistema formativo attuale, ancora del tutto legato al nozionismo ed estremamente resistente al cambiamento. Riconoscendo nel soggetto in formazione la specificità di primo attore della filiera formativa, non si può prescindere dal considerare quello che dovrebbe essere il ruolo ideale e quello che invece è il ruolo reale. Il primo, ovvero quello trasformativo e generativo che le nuove generazioni dovrebbero rappresentare, lascia campo libero a quello che è il ruolo reale, come citato precedentemente, una specificità del tutto non considerata, inserita in uno pseudo mercato dove il capitale è rappresentato dai CFU, in cui l’autodeterminazione e la collaborazione fanno spazio alla competizione, una rappresentazione questa, surrogato delle logiche economiche neoliberiste. E come a livello occupazionale, anche a livello formativo si amplia il gap tra soggetti in formazione e giovani che né studiano né lavorano, uno scenario questo, che ci porta a ribadire ancora una volta l’importanza di un sistema scolastico e prima ancora governativo, capace di attenzionare i mutamenti sia del mercato sia della società tutta.

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