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FEMMINISMO

La lotta alla discriminazione di genere nell’istituzione universitaria non può prescindere da un’analisi degli ostacoli che ancora si oppongono alla parità di genere nella carriera accademica. È infatti ben nota la classica figura “a forbice” caratteristica dei grafici che rappresentano la distribuzione di genere nelle varie tappe della carriera universitaria: secondo più studi compiuti sulle università europee, è possibile trovare una maggiore presenza femminile tra gli studenti di lauree triennali e soprattutto magistrali, che però viene compensata da un netto aumento relativo della componente maschile andando a misurare dottorati, post-doc e ricercatori, arrivando infine a un risultato finale assolutamente squilibrato per professori di II fascia (tra cui le donne sono sotto il 40%) e I fascia, in cui addirittura la componente femminile si riduce a poco sopra il 20%.

Questa statistica, che nasce come già anticipato da uno studio su tutte le università europee, viene ricalcata fin troppo fedelmente andando a vedere i dati di Unisalento (aggiornati al 31/12/2018): in questo caso, infatti, le donne compongono addirittura già il 60% degli studenti triennali e quasi il 70% dei magistrali; ma sono in lieve minoranza andando a considerare PhD e ricercatori, e calano sensibilmente considerando associati e ordinari: tra questi, su 119 solo 21 sono donne, cioè il 17%.

Questa situazione è ancora più estrema se si considerano i dipartimenti che rappresentano le cosiddette materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), cioè Matematica e Fisica, Ingegneria e DiSTeBa: in questi casi, infatti, la percentuale femminile non supera mai il 50% (anche se con notevoli differenze tra corsi, passando da valori sopra il 60% per Matematica a quelli molto più bassi per Ingegneria), ma continua a diminuire col progredire della carriera universitaria, arrivando a un valore definitivo, per i professori ordinari, di 7 donne su 48 – meno del 15%.

È evidente dunque che ci sia una disparità sistematica (che proprio per questo non riguarda solo l’Unisalento, ma vi si manifesta innegabilmente in linea con le università europee), tale da rendere più difficile la pari partecipazione femminile nella carriera universitaria. I motivi di questa condizione sono molteplici: i bias e i pregiudizi al momento della valutazione delle carriere, per cui alle donne sono generalmente preferiti candidati uomini a parità di curriculum, la mancanza di supporto nell’ambiente di lavoro e di ricerca, la maternità come ostacolo alla produzione accademica, il rischio di isolamento e di esclusione. Tutti questi aspetti contribuiscono a creare la “leaky pipeline”, cioè “tubatura che perde”, per cui una percentuale sempre minore di donne riesce a progredire nella carriera universitaria.

La sistematicità di queste problematiche rende impossibile indicare azioni da compiere per risolverle in tempi brevi a livello studentesco: è tuttavia possibile e necessario aumentare l’attenzione pubblica a proposito di questo tema, soprattutto in un periodo in cui i contributi femminili al sapere vengono messi in discussione e i risultati della discriminazione sistematica usati come prova della validità della stessa, e avviare percorsi femministi condivisi con altre realtà che abbiano questi punti tra le priorità.

LGBTQIA+

Negli ultimi anni il dibattito politico che si è sviluppato intorno ai temi LGBTQIA+ ha paventato l’esistenza di una distinzione all’interno della società tra la comunità LGBTQI e il resto della società, quasi come se l’affermazione dei diritti della prima andasse a ledere l’esistenza della famiglia, intesa in senso “tradizionale”. Tale dibattito, alimentato da politicanti come Matteo Salvini e Giorgia Meloni, quindi, ha descritto in termini di opposizione binaria il modello tradizionale e il riconoscimento dei diritti LGBTQI*, attribuendo questa battaglia solo ad una parte della società. Non crediamo, però, che le battaglie per l’affermazione dei dIritti LGBTQI* debbano essere intese in senso settario e riservato ad una parte della società, ma siano parte integrante di un orizzonte di lotta comune per la costruzione di una società equa, democratica, che riconosca i diritti dell’uomo e la possibilità di ciascuno di vivere liberamente la propria identità. Per questa ragione, LINK Lecce – Coordinamento Universitario deve continuare a fare proprie queste battaglie, che rappresentano delle rivendicazioni decisive per innescare una trasformazione sociale del territorio in cui viviamo.

Questa trasformazione parte innanzitutto dai luoghi della formazione, che non devono essere i luoghi in cui si stigmatizzano delle differenze, ma dei luoghi di inclusione sociale. A tale scopo riveste un’importanza particolare l’introduzione dell’educazione sessuale e dell’educazione alle differenze all’interno dei luoghi scolastici. In Italia si parla di educazione sessuale nei luoghi della formazione dal 1902, anno a partire dal quale si sono susseguite proposte e interrogazioni parlamentari, ma in Parlamento non è mai stata approvata una legge che introduca l’educazione sessuale all’interno delle scuole; da sempre gli istituti si sono dovuti organizzare da soli portando avanti incontri tematici, con l’aiuto dei consultori che offrono corsi all’interno delle scuole.

La retorica diffusa in Italia del primato della famiglia tradizionale, fortemente condizionata da influenze religiose, ostacola gravemente il percorso per una società senza discriminazioni e gli stessi interventi didattici. Come organizzazione abbiamo distribuito l’opuscolo Che cos’è l’amor, che prova a colmare le lacune formative che caratterizzano tutte le tematiche legate alla sessualità e all’affettività. Nonostante sul piano dell’educazione sessuale e dell’educazione alle differenze nelle scuole il nostro paese sia molto arretrato, recentemente ci sono stati degli sviluppi sul piano del riconoscimento legislativo, anche se non sufficienti: le conquiste sul piano dell’affermazione dei diritti LGBTQI* sono ancora in fieri.

Il DDL Cirinnà può essere considerato un piccolo passo del nostro Paese verso l’affermazione dei diritti universali dell’uomo nei confronti di tutte e tutti; pertanto la legge n.76/2016 può e deve essere considerata un inizio per l’affermazione e soprattutto per la legittimazione dei diritti della comunità LGBTQI*.

L’omofobia è però ancora diffusa e per arginarla non sono stati mai approntati degli strumenti adeguati. Sul fronte dei diritti per le persone LGBTQIA+ all’interno della nostra regione vediamo un costante attacco all’autodeterminazione dei singoli e della comunità tutta. Negli ultimi anni sono stati quotidiani gli episodi di discriminazione e di violenza, sia a livello nazionale che a livello locale. Nella fase attuale di avanzamento delle destre xenofobe e fasciste il livello di intolleranza è aumentato vertiginosamente, ma questo è legittimato da un fortissimo e antico radicamento di idee discriminatorie all’interno della società, che trova ulteriore spazio laddove le carenze istituzionali sono, come nel caso della Regione Puglia, particolarmente evidenti. A livello nazionale secondo i dati della Commissione Parlamentare Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio (2017) e le indagini ISTAT (2015) relative al bullismo in italia, il 40,3% delle persone LGBTQI afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro. Senza parlare dei numeri delle violenze fisiche, che toccano a livello nazionale un picco di 412 vittime in 6 anni: 21 omicidi, 34 suicidi, tentati suicidi, 211 vittime di aggressioni isolate, 140 di aggressioni a coppie o gruppi. Non esiste oggi in Italia il reato di omofobia, ma rientra all’interno delle fattispecie generali delle violenze o altri tipi di reati, che non hanno questa connotazione specifica.

Da anni in Regione proviamo a portare una legge contro l’omobitransfobia, la cui approvazione è impedita dal trasformismo politico e dalla schizofrenia della governance regionale. Siamo stanchi di dover pagare sulla nostra pelle i ritardi e gli errori di questa amministrazione, che continua a non interessarsi dei diritti di cittadini e cittadine per tutelare interessi di parte o per occuparsi di cose che poco hanno a che vedere con il benessere collettivo delle persone. Alla luce di tale contesto, è fondamentale il nostro ruolo di organizzazione studentesca per fornire alle studentesse e agli studenti degli strumenti utili a rendere i luoghi della formazione dei luoghi di inclusione e non di emarginazione sociale.

In Università abbiamo ottenuto l’assunzione del doppio libretto per student* transgender che non abbiano terminato il loro percorso di transizione. In questo modo evitiamo agli studenti e alle studentesse di dover subire umiliazioni e situazioni imbarazzanti, provando quindi a costruire un’Università aperta e inclusiva di tutti e tutte. Abbiamo inoltre ottenuto il patrocinio dell’Università del Salento al Salento Pride, provando a far prendere a questo ateneo un indirizzo politico, supportando questa scelta mettendo a disposizione degli studenti dei pullman, nel tentativo di rendere la lotta LGBT+ una lotta comune, a cui gli studenti partecipano e affinché si interroghino sulla tematica.

Come organizzazione abbiamo il dovere di portare avanti vertenze volte alla distribuzione di materiale contraccettivo nei luoghi della formazione nonché ad una modifica sostanziale dei piani di studio per inserire tanto percorsi di approfondimento tematico, quanto di modifica di quelli pre-esistenti. Per questo motivo abbiamo dato vita a un ciclo di seminari chiamati “Tra Linguaggio e Comunità”, per avviare un percorso di sensibilizzazione in Università, dandoci come obiettivo anche quello di rimodulare il materiale didattico per una didattica femminista, antifascista, antirazzista e contro l’omofobia. A questo lavoro in Università è necessario affiancare un investimento nei momenti di piazza e di confronto con la cittadinanza, sia in un’ottica di politicizzazione di chi già si attiva sulle rivendicazioni generali del movimento, sia di confronto con chi ne è totalmente esterno, che spesso viene invece intercettato da chi strumentalizza le nostre battaglie per promuovere i propri interessi o peggio per sminuirle e demolirle.

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