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Internazionalizzazione


Il processo di assoggettamento dello Stato a logiche imprenditoriali e di mercato, accompagnato dal progressivo trasferimento della decisione politica nelle mani di istituti ed organizzazioni private, trova la sua concreta attuazione anche nel campo dell’istruzione già a partire dalla fine del XX secolo. Il primo atto in tale direzione è avvenuto nel 1999, quando sono state poste le basi del processo di Bologna, che, dietro all’equiparazione dei titoli e alla 10 ristrutturazione del sistema universitario ha mascherato l’intento di rendere gli atenei dei veri e propri centri di produzione economica all’interno del mercato libero e perfettamente concorrenziale già delineato dal Trattato di Maastricht nel 1992. Tuttavia, l’adozione delle pratiche gestionali proprie del mondo imprenditoriale risale agli anni ‘70, quando, col tatcherismo in Gran Bretagna e il reaganismo negli Stati Uniti, le amministrazioni pubbliche e le istituzioni statali sono state sottoposte ad un processo di riforma di stampo puramente neo-liberista con l’obiettivo di smantellare il ruolo interventista dello Stato e di sostituirlo col modello di governance prescritto dal New Public Management. Dunque, le buone intenzioni relative all’internazionalizzazione erano già evidenti nel 1999, quando ebbe inizio il “Processo di Bologna”, a seguito del quale fu sottoscritto un accordo, noto come Dichiarazione di Bologna. Uno degli aspetti positivi in questo quadro è il trend: rispetto al 2000, infatti, la percentuale di studenti stranieri nelle università italiane è più che raddoppiata, in linea con quanto avvenuto negli altri paesi OCSE. Tuttavia il 2,8% di studenti stranieri ci colloca ancora ad enorme distanza dagli altri grandi paesi europei.

L’internazionalizzazione rappresenta per gli studenti il processo di inserimento nella dimensione internazionale delle attività accademiche. È possibile favorire lo sviluppo dei rapporti di cooperazione didattica e scientifica con istituzioni di altri Paesi, attraverso l’incremento degli scambi di studenti e docenti, ma soprattutto attraverso l’adeguamento agli standard internazionali dell’offerta formativa. Un periodo di studio o di ricerca tesi all’estero può rappresentare un momento di crescita personale e universitaria per gli studenti, consentendo un confronto tra diverse culture. Tuttavia, questa esperienza rimane preclusa alla maggioranza degli studenti, limitati da ragioni reddituali e lavorative e si rivela così un privilegio per pochi, anche a causa del contributo alla mobilità e la borsa di studio, che al momento risultano insufficienti a coprire le spese di spostamento e permanenza.

Crediamo che in questa fase storica il nostro obiettivo sia anche quello di far comprendere alle istituzioni l’importanza del potenziamento del programma erasmus con i Paesi extraeuropei, come quelli del bacino del Mediterraneo. Un numero sempre maggiore di studenti, infatti, sono interessati alle lingue extra-europee come l’arabo, il russo, il giapponese, il cinese, ecc.

La nostra organizzazione deve fare lo sforzo di interrogarsi sul proprio ruolo non solo nel sistema della formazione locale o nazionale, ma soprattutto in quello europeo ed internazionale. Per questo motivo, collaboriamo con associazioni come YouthMed, Erasmusworld e ed Erasmus Student Network, compiendo molteplici sforzi per raggiungere una maggiore consapevolezza sull’opportunità che l’internazionalizzazione rappresenta e per lavorare nella costruzione di una rete internazionale di giovani, di studenti e di ricercatori, con la prospettiva della cooperazione senza frontiere geografiche e senza barriere burocratiche, finanziarie o politiche.

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